Scalata di Intesa a Ubi Banca. Ombre sulla trincea bergamasca. Nel mirino il ruolo dei manager dell’istituto scalato. E i segreti di Parvus, l’azionista con base alle Cayman

di Sergio Patti
Economia

Ci sono manovre occulte e forse anche illecite dietro la resistenza di Ubi Banca all’offerta di scambio avanzata da Banca Intesa Sanpaolo? In ultima istanza è questa la domanda che pongono due interrogazioni parlamentari sull’operazione bancaria più importante nel Paese, presentate dal senatore Elio Lannutti (M5S) e dal deputato Michele Anzaldi (Italia Viva). L’ex leader dei consumatori, dopo aver ricordato una serie di esposti presentati già dal 2012 su alcune condotte censurabili dei manager di Ubi, presunte frodi fiscali e l’ipotesi di costituzione all’estero di rilevanti capitali, ha puntato il dito sul primo azionista dell’istituto bergamasco, il fondo Parvus Asset Management Europe Ltd (possiede il 7,933%) di Edoardo Mercadante e Mads Gensmann.

Parvus Asset Management Europe Ltd – sostiene Lannutti – è un fondo d’investimento con base a Londra e ha due soli dipendenti; la Parvus Asset Management Europe Ltd è controllata dalla Parvus Asset Management Ltd, con sede alla Cayman, di cui non si conoscono soci e azionisti. Fino al novembre 2017 UBI Banca era proprietaria di UBI International, con sede in Lussemburgo; secondo quanto rivelato da il Fatto Quotidiano, UBI Trustees, controllata da UBI International, gestiva quaranta trust. Su questi, il membro del consiglio di gestione di Ubi, Italo Lucchini ha espressamente chiesto informazioni sulla legittimità in rapporto alla normativa italiana, sempre più restrittiva in campo fiscale. In un’altra denuncia dell’aprile 2016, i consumatori dell’Adusbef e l’Associazione piccoli azionisti Ubi chiedevano lumi su Giorgio Iannone, in Ubi International (con sede in Lussemburgo) che figurava tra le carte dei “Panama Papers” come controllante di società offshore (basate a Panama e alle Seychelles) che avevano tra gli scopi quello di far evadere il fisco ai propri azionisti.

In seguito allo scandalo che ne nacque, nel novembre 2017 UBI Banca ha venduto a Efg International la UBI International; pochi giorni dopo la cessione di Ubi International è diventato principale azionista di Ubi Banca la Parvus Asset Management Europe Ltd. Stranezze sulle quali la Procura di Milano, dopo quella di Bergamo, sta indagando per capire se c’è stata o no la trasmigrazione da Ubi International Parvus, le cui quote potrebbero condizionare la riuscita o meno dell’Offerta pubblica di scambio di Banca Intesa, sospettando che i soci occulti della Parvus Asset Management Ltd siano i sei grandi azionisti di UBI Banca: le famiglie Bombassei, Bosatelli, Pilenga, Radici, Andreoletti, Gussalli Beretta.

Sempre Lannutti – dopo aver ricordato che il banchiere ex presidente di Intesa, Giovanni Bazoli, deponendo al processo riguardante Ubi Banca a Bergamo il 9 marzo 2018 ha ribadito che tutte le sue scelte sono state fatte per il bene di Ubi Banca e in perfetto accordo con Banca d’Italia – ha dunque chiesto di sapere se il Ministro delle Finanze sia a conoscenza di tutto questo e delle ipotetiche gravissime frodi censurate dal membro del consiglio di gestione di Ubi, Italo Lucchini.

PASSIVITY RULE. Di altro tenore l’interrogazione di Anzaldi, che invece ha chiesto al premier al titolare dell’Economia se nell’offerta di scambio di Banca Intesa non si configuri la violazione dell’articolo 104 del Testo Unico della Finanza (Tuf) sulla cosiddetta passivity rule, per la quale “Salvo autorizzazione dell’assemblea ordinaria o di quella straordinaria per le delibere di competenza, le società italiane quotate i cui titoli sono oggetto dell’offerta si astengono dal compiere atti od operazioni che possono contrastare il conseguimento degli obiettivi dell’offerta”. La passivity rule tutela in sostanza la contendibilità delle società quotate, impedendo che gli amministratori attuino iniziative difensive per impedire offerte e scalate esterne e lasciando che siano i soci a valutare liberamente se aderire o meno all’offerta pubblica di scambio.

Un’ipotesi, quella di Anzaldi, che nasce dalle numerose notizie di stampa secondo cui l’amministrazione di Ubi sta ponendo in essere una serie di condotte volte a minare la libertà dei soci di valutare la portata dell’offerta, incidendo altresì significativamente sull’andamento di mercato del titolo bancario. Indiscrezioni di stampa che, sempre secondo Anzaldi, sono state recentemente confermate dallo stesso Cda di Ubi, che, in un comunicato stampa del 26 maggio 2020, nonostante sia ancora in corso l’iter autorizzativo e sia pienamente in corso l’offerta pubblica di scambio, ha espressamente dichiarato che “gli effetti della Comunicazione del 17 febbraio 2020, effettuata da Intesa Sanpaolo ai sensi dell’articolo 102 del Testo Unico della Finanza, sono cessati, con tutte le relative conseguenze, incluso il venir meno della cosiddetta passivity rule in capo a Ubi Banca”. Una vicenda dunque intricata oltre che delicata, sulla quale dopo gli occhi della magistratura si aprono adesso anche quelli del Parlamento.