Schiavi del lavoro tutta la vita. L’ultimo dramma svela un fenomeno diffuso

L'operaio di 72 anni morto ieri sul lavoro ad Avetrana, in provincia di Taranto, non aveva scelta: la pensione non gli bastava.

Un operaio di 72 anni, Donato Marti, originario di Avetrana (Taranto), è morto a Lecce dove era impegnato in alcuni lavori di ristrutturazione di un immobile in via Parini, nei pressi del cuore commerciale della città. Secondo i primi rilievi, sembra che l’uomo, per cause da accertare, sia caduto da un’altezza di circa cinque metri mentre insieme ad altri operai era impegnato ad installare un montacarichi. Una morte ordinaria, nel Paese dove si muore di lavoro con impressionante regolarità mentre le parole di cordoglio e gli impegni su controlli e sicurezza si moltiplicano in occasione delle ricorrenze.

Inail: aumentano donne e under 40 tra morti su lavoro

In Italia si continua a morire di lavoro con impressionante regolarità

A stupire dovrebbe essere anche che un settantaduenne si ritrovi arrampicato su un cantiere, come se l’età e l’usura del lavoro siano variabili che non possano interrompere la produttività e il fatturato. Non riguarda solo Donato Marti, sono quattro i paesi Ue in cui la percentuale di lavoratori anziani supera quella dei lavoratori giovani. Tra questi, l’Italia spicca per il maggior divario: il 42,7% dei giovani italiani sono occupati, contro il 52,2% dei lavoratori anziani secondo i dati Eurostat del 2019.

Nel 2021 nel nostro Paese lavoravano in media 4 milioni 588mila persone tra i 55 e i 64 anni, con un incremento di 1 milione 775mila unità rispetto a 10 anni prima secondo i dati Eurostat pubblicati quest’anno. A causa delle riforme che hanno aumentato l’età di accesso al pensionamento e all’andamento demografico nel 2021 in Italia lavorava il 53,4% delle persone tra i 55 e i 64 anni, con un aumento di 15,9 punti percentuali. Il dato è ancora più evidente per le donne (+16,1 punti, dal 27,9% al 44%).

Negli ultimi 10 anni, sulla base delle serie Istat costruite sulle vecchie regole sulle uscite pensionistiche, ovvero considerando occupati anche coloro che erano in cassa integrazione da oltre tre mesi, gli occupati più giovani, quelli nella fascia tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di quasi un milione di unità (tra 5,88 milioni e 4,90 tra il 2011 e il 2020). Ma se si guarda al 2001, gli occupati tra i 15 e i 34 anni erano 8,3 milioni, oltre tre milioni in più. Lo scorso anno, sulla base delle nuove regole che non considerano occupato chi è in cassa da oltre tre mesi, gli occupati tra i 15 e i 34 anni erano 4 milioni 929mila.

Se quindi nel 2001 al lavoro si trovavano circa quattro giovani con meno di 35 anni a fronte di un lavoratore con oltre 55 anni (1,8 milioni di anziani a fronte di 8,3 milioni di giovani, dati considerati con le vecchie regole), nel 2021 le quantità quasi si equivalgono, con 4 milioni 929mila giovani tra i 15 e i 34 anni a fronte di 4 milioni 588mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni.

Nell’edilizia i dati delle denunce all’Inail fotografano un balzo di incidenti

Il crollo non è solo legato all’andamento demografico. Se nel 2001 le persone tra i 15 e i 34 anni al lavoro erano il 54,1% della propria fascia di età nel 2020 erano il 39,8% dato risalito (secondo le nuove regole) al 41% nel 2021. Nell’edilizia in particolare i dati delle denunce all’Inail fotografano un balzo dei casi di incidenti nel settore. E sono sempre di più le vittime over 60, lavoratori ‘anziani’ costretti ancora a salire sui ponteggi per la discontinuità contributiva o per assegni previdenziali troppo bassi.

Lavoratori spremuti fino all’ultima goccia perché la pensione non basta per uscire dalla soglia di povertà. Vite di lavoro che durano fino alle ultime forze con le persone trasformate in serbatoi permanenti di manodopera. Fino all’ultima goccia. Fino a che ci si ritrova soffocati dal caldo su un ponteggio alto 5 metri e poi capita di non avere le forze per riuscire a non cadere. Tanto qualcuno che lo derubrica a semplice “incidente” si trova sempre.

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