Sciopero contro la manovra. La scomunica di Letta e Renzi

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di Lapo Mazzei

Per molti sarà solo una breve in cronaca. Ma nella settimana in cui il governo Letta si avvia ad andare a sbattere contro i sindacati, ormai  sul piede di guerra contro la legge di Stabilità, il sindaco di Firenze Matteo Renzi si ritrova a fare i conti con la protesta dei suoi dipendenti comunale contro l’attuale datore di lavoro. E questo è un fatto serio, anzi un atto politico concreto, visto che nel fine settimana Matteo sarà il protagonista del solito “One man show” alla stazione Leopolda del capoluogo toscano. Ieri mattina impiegati e dirigenti di Palazzo Vecchio hanno occupato il cortile della Dogana, portando in segno di protesta le lettere di messa in mora con le quali l’Amministrazione ha annunciato loro il taglio del salario accessorio in conseguenza di alcune indagini del Mef e della procura della Corte dei Conti sulla lievitazione, nel corso degli anni, del fondo apposito. «Renzi dice di voler dare 100 euro a chi ne guadagna meno di 2000» ha polemizzato Mauro Comi della Rsu, «ma intanto ci taglia le buste paga». Non proprio un dettaglio insomma. E siccome Renzi ha fortemente ironizzato sui famosi 14 euro al mese regalati dal governo agli italiani grazie alle legge di Stabilità, il braccio di ferro sui 100 euro in riva all’Arno rappresentano una scomoda pietra di paragone dell’azione politica del Magnifico Rottamatore (che ha reagisto stizzito alla protesta parlando di «pagliacciata strumentale»).

La manovra val bene 4 ore di lotta
Nel frattempo Enrico Letta, amico-nemico di Renzi, deve fare i conti con i sindacati confederali, decisamente più arrabbiati di quelli fiorentini. A ciascuno la sua rivolta, insomma. Contro la stangata varata da Palazzo Chigi la Triade ha deciso quattro ore di sciopero nazionale di tutte le categorie che saranno articolate a livello territoriale, da oggi fino alla metà di novembre. È il modo con cui i sindacati intendono affermare che a loro la manovra varata dal governo, all’esame dell’Europa e attesa da un passaggio parlamentare che si annuncia difficile e tortuoso, non piace affatto. La decisione è stata assunta nel corso di una riunione dai segretari generali Susanna Camusso (Cgil), Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil). A loro si è unito anche il segretario generale dell’Ugl Giovanni Centrella, che ha annunciato uno sciopero nazionale di 4 ore su base territoriale, con data da definire nei prossimi giorni. La Camusso ha sottolineato la necessità di mobilitarsi contro una legge di Stabilità che «non determina il cambiamento necessario: il Paese rischia di perdere un’altra volta. Continuiamo ad essere il solo paese in recessione e, soprattutto, continuiamo a perdere il lavoro». Il segretario generale della Cgil ha ribadito così la necessità di una riduzione fiscale per i lavoratori e per i pensionati, una misura possibile a suo avviso anche a saldi invariati, recuperando risorse da una revisione della tassazione sulle rendite finanziarie, operando per questa via un’operazione di redistribuzione fiscale. «Il dente duole sulla vicenda fiscale che ha ridotto al lumicino il reddito delle famiglie e falcidiato i posti di lavoro» le ha fatto eco Bonanni. Secondo Angeletti, invece, la manovra è «recessiva» e «il Parlamento non può rimanere sordo» di fronte alle richieste delle parti sociali.

Il governo reagisce
La decisione dei sindacati trova del tutto contrario il viceministro all’Economia Stefano Fassina, che pure aveva avanzato l’ipotesi di dimettersi proprio in relazione alla legge di stabilità: «Il governo ha chiarissimi i problemi. Lo sciopero generale non è utile» ha spiegato. «Il presidente Letta ha una grande attenzione per le domande delle forze sociali. Ci saranno occasioni per confrontarsi e speriamo che attraverso i miglioramenti della legge in Parlamento ci siano le condizioni per evitare lo sciopero». E se il concetto non fosse sufficientemente chiaro, ecco arrivare le parole dello stesso premier Letta: «In questi mesi ho imparato che si blocca tutto quando non si scioglie alla radice il problema dei cosiddetti concerti, quando cioè non si riesce a dire ‘no’ a un ministero. La prima cosa da fare è quella di stilare le priorità e dire chi comanda. Meno concerti ci sono e più una cosa funziona».

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