Scommesse online, è boom tra gli under 18

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di Maria Corbi per La Stampa

Non solo slot machine. «Scommesse sulle partite, poker, fantacalcio». Leonardo, 15 anni, liceale, racconta con semplicità il suo mondo fatto di puntate. «È solo un gioco. Che male c’è?». C’è che la febbre del gioco è come la droga, si insinua nella testa e sconvolge la vita. La risposta è un’alzata di spalle.

E non serve neanche snocciolare i dati dell’indagine nazionale sul gioco d’azzardo nei minori promossa dalla Società Italiana Medici Pediatri (SIMPe) e dall’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paido’ss) secondo cui almeno 800 mila bambini e adolescenti italiani fra i 10 e i 17 anni giocano, ovvero il 20 per cento, praticamente uno su cinque. A quell’età ci si sente invulnerabili.

«Io e i miei amici andiamo nelle sale scommesse e puntiamo sulle partite. Una volta ho vinto 700 euro, l’altra insieme a due amici 400 euro. Come facciamo a entrare in una sala scommesse? Alcune volte non ci chiedono il documento, altrimenti chiediamo a un adulto di giocare per noi. Magari a uno dei lavavetri dei semafori. Gli diamo un paio di euro e il problema è risolto». E le slot machine? «Quelle è più facile quando sei in vacanza, nei luoghi di villeggiatura nessuno ti controlla, come con l’alcool».

Tentazione che riguarda anche i più piccoli: 400 mila bimbi fra i 7 e i 9 anni hanno già scommesso la paghetta su lotterie, scommesse sportive e bingo. Il rischio, però, non viene solo dalle sale scommesse o dalle sale bingo, ma anche dentro mura di casa, dal pc o dal tablet, o dal telefonino. Un gioco veramente da ragazzi visto che oltre la metà dei genitori, ben il 51,3%, non usa nessun filtro e nessuna limitazione per evitare che i figli si imbattano su siti internet pericolosi.

Texas Hold’em è la versione americana del poker, la Cadillac del poker, come dice Matt Damon in «The Rounders». «Basta iscriversi a un sito e dare una carta di credito. Io ho quella ricaricabile su cui mi mettono la paghetta o i regali di compleanno», spiega Leonardo. «E ci gioco dando i dati di mia madre».

Lei se ne accorge? «E come potrebbe? Certo lo sa e mi fa la predica, una volta mi ha tolto tutte le cose elettroniche compreso il router del wi-fi, ma poi ha ceduto perché il computer mi serve per fare i compiti, e sul tablet ci sono i libri di testo».

Il 75 per cento dei genitori, secondo l’indagine, se scoprisse che il proprio figlio gioca, riterrebbe necessario intervenire. Eppure il 90 cento, in base a quanto dichiara il campione costituito da 1000 genitori, non conosce neppure il termine ludopatia e il 70 per cento non ha mai parlato del tema gioco patologico in famiglia.

Ci sono anche le scommesse sportive virtuali, ossia eventi simulati (calcio, cavalli, tennis Formula Uno), come spiega Leonardo: si gioca online o in agenzia, un evento ogni cinque minuti. Soldi? A palate per lo Stato. E che dire di quei giochi per consolle che fanno vivere la «magia» di Las Vegas?

Uno dei più famosi invita i giocatori a far lievitare il conto in banca vincendo grosse somme al gioco d’azzardo, sfrecciando con le auto più veloci sul circuito clandestino a diventare un VIP della città dove tutto è possibile gestendo casinò, vincendo tornei di Poker. Il fatto che siano vietati ai minori non frena ragazzi e genitori dall’acquisto. «Mio fratello ha fatto uno studio sul calcolo delle probabilità applicato al poker e con quello schema è ancora più fico giocare», continua Leonardo che cerca di convincermi sull’utilità del poker. Poi c’è il Fantacalcio, ossia il mercato dei giocatori con cui gli adolescenti passano il tempo e sprecano denaro. «Ma puoi anche guadagnarci se ci capisci», dice con la sicurezza dei 15 anni Leonardo. Piccoli giocatori d’azzardo crescono. Male. Ma crescono.