Scontri di Torino, alibi perfetto per la stretta securitaria: il governo li usa per rilanciare il pacchetto sicurezza

Dagli scontri di Torino al decreto: il governo accelera sulla sicurezza, tra tensioni interne alla maggioranza e dubbi istituzionali

Scontri di Torino, alibi perfetto per la stretta securitaria: il governo li usa per rilanciare il pacchetto sicurezza

Il passaggio dalla cronaca alla norma è immediato, praticamente automatico. Gli scontri di Torino del 31 gennaio diventano il grimaldello perfetto per riattivare un’agenda securitaria che il governo tiene pronta da mesi. La manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, degenerata in violenze e ferimenti tra le forze dell’ordine, viene rivenduta come dimostrazione definitiva di una minaccia sistemica. Da lì in avanti, il racconto si fa lineare: piazze pericolose, Stato sotto attacco, necessità di una risposta eccezionale. Torino smette di essere un episodio e diventa un argomento, l’ennesimo, a supporto di un autoritarismo che Meloni sogna da sempre. 

I numeri sono gravi e nessuno li ridimensiona: oltre cento operatori feriti, arresti, sequestri. Ma la sequenza politica racconta altro. Vertici a Palazzo Chigi, riunioni ristrette con Viminale e Giustizia, consiglio dei ministri annunciato a stretto giro. La stretta prende forma mentre l’eco degli scontri è ancora utile a giustificarla. Così per l’ennesima volta l’emergenza diventa metodo.

La cronaca come leva normativa

Il pacchetto sicurezza ruota attorno a tre assi. Il primo è lo scudo penale per le forze dell’ordine, costruito sul differimento dell’iscrizione nel registro degli indagati quando l’azione avviene in presenza di una causa di giustificazione ritenuta evidente. Una modifica procedurale che incide sull’obbligatorietà dell’azione penale, presentata come tutela ma capace di produrre un’area di opacità. L’estensione ai cittadini comuni serve semplicemente a blindare la norma sul piano costituzionale, ma il bersaglio politico resta chiaro, sempre lo stesso: aumentare l’impunità delle forze dell’ordine. 

Il secondo asse riguarda le manifestazioni. Si discute di fermi di prevenzione (si parla di 12 ore) prima dei cortei, trattenimenti senza vaglio immediato dell’autorità giudiziaria, ipotesi che hanno già acceso un confronto serrato con il Colle. La versione più dura, spinta dalla Lega, parla di tempi più lunghi (fino a 48 ore) e poteri ampi. La mediazione all’interno della maggioranza tenta di ridurre la portata, spostando le norme più controverse su un disegno di legge ordinario. Ciò che conta è che il segnale ormai è stato lanciato: il dissenso viene trattato come rischio da neutralizzare prima che si esprima.

Le crepe nella maggioranza

Ma dentro la maggioranza l’unità è solo apparente. La Lega preme per una linea muscolare, rilanciando anche l’idea di una cauzione obbligatoria per gli organizzatori dei cortei, a copertura dei danni. La proposta incontra le resistenze di Forza Italia, dove emergono timori su una compressione eccessiva del diritto di manifestazione e su ricadute difficili da controllare. I dubbi arrivano anche da settori del Viminale, consapevoli della fragilità giuridica di misure che rischiano di essere travolte dai ricorsi.

Il vero punto di frizione resta però il rapporto con il Quirinale. La necessità di evitare uno scontro istituzionale costringe Palazzo Chigi a limare, rinviare, spacchettare. La fermezza viene rivendicata sul piano politico ma intanto sul piano normativo si cercano formule che reggano. Ed è difficile. Ne consegue una tensione costante tra l’urgenza comunicativa e i limiti costituzionali.

Sicurezza come campo di battaglia

L’operazione si completa sul terreno parlamentare. L’appello alle opposizioni per una condanna unitaria delle violenze serve a costruire una linea di frattura: chi aderisce legittima l’impianto emergenziale, chi distingue viene esposto all’accusa di ambiguità. La sicurezza diventa così campo di battaglia identitario, utile anche a trascinare nella mischia la magistratura in vista dei prossimi appuntamenti referendari.

Torino resta un fatto grave, con responsabilità penali da accertare. Ma nella narrazione di governo diventa soprattutto una cornice. Una cornice dentro cui far rientrare norme già pensate, linguaggi già rodati, un’idea di ordine pubblico che si allarga per decreto mentre le cause strutturali restano sullo sfondo. La stretta arriva puntuale. Le domande sul suo uso restano aperte.