Senato elettivo, resa dei conti nel Partito democratico. Ora Bersani può far cadere Renzi. E il premier in bilico promette qualche apertura

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Se dici Senato pensi a Pier Luigi Bersani. Non certo al ministro Maria Elena Boschi. Ma un pensiero va anche a Forza Italia, il terzo lato di un triangolo che stenta a chiudersi. E partendo proprio dal movimento degli azzurri emerge con chiarezza che sull’argomento Silvio Berlusconi andrà per la sua strada. Dopo aver ricordato il “caro amico” Donato Bruno, scomparso questa estate, la riunione del gruppo di Forza Italia al Senato, incentrato sul ddl Boschi, ieri sera ha ribadito il suo no. A prendere la parola è stato Paolo Romani che ha indicato la linea del partito sulla riforma costituzionale: votare no se non verranno apportate le modifiche richieste: Senato elettivo e introduzione premio di coalizione. Una certezza almeno c’è.

PARTITO INFUOCATO
Ma i problemi sono dalla parte del Pd. “C’è ampia disponibilità al confronto. Il 90% dell’impianto e condiviso ed è talmente poca cosa rispetto a questo la composizione del Senato” dice il ministro Boschi, ospite ieri sera a Otto e Mezzo, “Non è vero che non c’è confronto. Abbiamo fatto 62 modifiche al Senato e 72 alla Camera. Abbiamo fato in 18 mesi 24 direzioni del Pd, Bersani ne ha fatte 9. Insomma i numeri contano. La disponibilità è vera e nessun emendamento supera la metà dei senatori”, chiosa la Boschi. Qualcosa di più dice Gaetano Quagliariello. “Il tema dell’elettività è un falso tema. La riforma la si deve fare, la si può migliorare al Senato”, ha spiegato l’ex ministro, “ma ricominciare da capo è una cosa insensata che rischia di continuare un vecchio gioco italico, quello della tela di Penelope”. Secondo l’esponente di Ncd il Senato è la Camera dove si incontrano i legislatori nazionali e quelli regionali. “I rappresentanti delle regioni devono quindi far parte delle regioni. In caso contrario andiamo verso un Senato diverso”. E a questo punto entra in gioco la minoranza Dem, che “apre” ad una sorta di elezione mista tra indiretta e diretta (inserendo i presidenti di regioni e i sindaci dei capoluoghi italiani di diritto tra i nuovi componenti del Senato) a condizione che si modifichi l’articolo 2. Quell’articolo che per Renzi “non si tocca”, come ribadito dal segretario stessoieri a tarda sera all’assemblea dei senatori Pd. Bersani, invece, aveva già detto che sulle riforme “non vale la disciplina di partito”.

IL DIBATTITO
Per ora la maggioranza considera intoccabile il cuore della riforma ed è orientata ad “accantonare” la discussione sul punto più controverso, per trovare prima una larga convergenza sugli altri temi sul tappeto, a partire dalle funzioni di palazzo Madama. Lo snodo cruciale resta il pronunciamento del presidente del Senato Pietro Grasso. “Basta travisare le mie parole”. Dai renziani si sottolinea che il testo dalla Camera è passato in copia conforme e e si rimanda all’articolo 104 del regolamento. Insomma, una partita complicata che tutti vorrebbero rendere facile, nonostante Bersani.

 

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