Se ci vendiamo anche il panettone

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di Gaetano Pedullà

La notizia può sembrare minore. Una pasticceria di Milano venduta a un acquirente estero potrebbe essere roba di normale amministrazione. Lo diventa meno se il locale è uno dei simboli della tradizione dolciaria milanese, quella confetteria Cova nel cuore di via Montenapoleone, e a comprare è Lvmh, il gigante francese della moda e del lusso guidato dal miliardario Bernard Arnault, già proprietario di altri grandi marchi del Made in Italy, tra cui Fendi e Bulgari. Ecco il frutto più amaro della crisi. L’Italia in vendita. E tante volte in svendita. I pezzi più pregiati, interi settori economici ed industriali che finiscono oltre confine, sono il termometro di un sistema che non ce la fa più. Nessuna tentazione nazionalista o protezionistica, per carità! Ma non facciamo finta di non vedere che ci stiamo vendendo pure il Panettone. Ai valori di Borsa oggi lo shopping Italia è una grande opportunità. Banche, immobiliare, imprese storiche si possono conquistare con poco. E chi può sfruttare il prestigio e la garanzia di qualità dei nostri prodotti sui mercati mondiali sta facendo investimenti preziosi, a discapito nostro. E il caso della moda, di pochi marchi – dalle auto di lusso all’alimentare, come la stessa Cova con le sue succursali in mezzo mondo – simboli di una dolce vita, di un Italian Style, che fa sognare in ogni parte del pianeta. Non si muove nulla, invece, su quei beni e servizi destinati esclusivamente al mercato interno. Segno di una sfiducia altrettanto planetaria sulla ripartenza dei consumi nel nostro Paese. Naturale, dunque, che ad eccezione dei “gioielli di famiglia” non si venda niente. Senza uno shock all’economia o una immensa iniezione di liquidità il mercato resterà in vacanza. Finché avremo finito i gioielli da vendere. E pure i panettoni francesi da mangiare.