Se i giudici

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di Gaetano Pedullà

Vivere con i magistrati addosso. Benvenuto pure a Beppe Grillo nel terrificante mondo della politica fatta dai giudici. Le accuse mosse ieri al leader Cinque Stelle, sia chiaro, fanno male come una secchiata di acqua fresca. Aver violato i sigilli a una baita durante una manifestazione No Tav e poi l’appello alle forze dell’ordine a non proteggere i politici durante la protesta dei Forconi: con quello che si sente in giro – tra mutande verdi e alberghi con le amanti fatte pagare alle Regioni – stupisce un politico indagato senza aver rubato. L’obbligo dell’azione penale da un lato e l’evidente strumentalizzazione politica di chi ha denunciato Grillo dall’altro non fanno però sconti. Così un leader che rappresenta milioni di italiani, che piacciano o no le sue battaglie, può rischiare la galera solo per aver manifestato platealmente le sue idee. In un Paese liberale e moderno è accettabile tutto questo? Direte: la legge può essere dura ma è la legge. Magari ditelo in latino – dura lex sed lex – così avrete più chiara l’idea di quanto sia vecchio un tale concetto, soprattutto se applicato ai reati di opinioni. Non scomodiamo le grandi battaglie radicali degli anni settanta, quando l’aborto era peccato (ma anche reato), quando al femminicidio si applicava uno sconto di pena col pretesto del delitto d’onore, quando Pietro Germi girava Divorzio all’italiana per denunciare l’arretratezza di codici e cultura. Rendiamoci però conto che mettere in gabbia le idee – anche quando scuotono forte le coscienze – non fa bene all’evoluzione di un Paese. Se nel caso di Grillo, poi, c’è l’evidente zampino di una parte politica, a sinistra, che ha innescato l’azione dei magistrati, allora non può tornare alla mente un altro film già visto e replicato negli ultimi vent’anni, con protagonisti del calibro di Silvio Berlusconi, Ilda Boccassini, Antonio Di Pietro ecc. ecc. Una pellicola che ha stufato. Non è ora di cambiare cinema?