Se il nuovo della politica è peggio del vecchio

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di Angelo Perfetti

La rivoluzione di Roma. Così l’ha chiamata pomposamente il Financial Times verso la fine del 2013, all’indomani della vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd. “Per la vitalità di qualunque sistema democratico è essenziale il sangue fresco”. Il riferimento era al cambio generazionale nella politica italiana. Dieci mesi prima gli attori protagonisti erano il 61enne Bersani, il 76enne Berlusconi, l’87enne Napolitano. Poi il salto: 43 anni Alfano, 38 anni Renzi, Letta 48 anni. Ma siamo nell’Italia del Gattopardo, e come la giri la giri quando tutto cambia alla fine resta tutto com’è. Il fallimento della nuova generazione di politici è sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo che avanza
Al di là dell’aspetto meramente anagrafico, la novità è incoststente. Letta ha trovato come ombrello privilegiato per resistere alle intemperie della politica proprio l’87enne, che muove le pedine parlamentari con le vecchie logiche imparate e assimilate alla scuola del Pci. Come inizio non c’è male. Poi sono arrivate le grandi intese, che forse sarebbe meglio definire le grandi attese; una serie di riforme annunciate a mai fatte, la svolta che si chiedeva alla generazione dei quarantenni non c’è stata. Piuttosto c’è stato il coalizzarsi di un nuovo modo di intendere il “compromesso storico”, con meno sostanza dell’originale e con la sola prospettiva di non far cadere il governo. Per fare che, poi, è tutto da vedere.

La bocciatura
Lo stesso Renzi lo ha detto ieri all’assemble a della direzione del Pd: «Nell’ultimo periodo sulle riforme è un elenco di fallimenti: nessuna riforma elettorale, è saltata l’ipotesi di una grande riforma istituzionale fermata alla quarta lettura. Da qualche anno sul tema delle riforme abbondano i ministri, scarseggiano i risultati. Il Pd si gioca la faccia». Quindi ha spiegato: “O il Pd realizza le riforme o andiamo incontro a una devastante campagna elettorale, con la demagogia di Berlusconi e di Grillo. Nei prossimi quattro mesi dobbiamo portare a casa dei risultati, se andiamo avanti come se niente fosse saremo spazzati via”. Ma anche lui, il super Sindaco, non è che abbia fatto un granché: nel partito ha recuperato i rappresentanti della nomenklatura non portando fino in fondo quel ruolo di rottamatore con il quale si era presentato, poi ha aperto al dialogo col nemico numero uno Berlusconi col quale – con l’obiettivo comune delle elezioni anticipate – ha fatto accordi. E anche le proposte fatte non sono di quelle che lasceranno il segno. Sulla riforma elettorale ha scelto di non scegliere, senza prendere una posizione ma fornendo tre proposte sulle quali discutere democristianamente. Sulla riforma del lavoro la proposta l’ha fatta, ma non ha convinto. E poi c’è quel dialogo aperto con Berlusconi che certo proprio nuovo non è.

Il ritorno del Cav
Già, Berlusconi. Eccolo che torna, muovendosi in un campo dove il ricambio generazionale è una chimera. Ex ministre e giovani politici non hanno sfondato. E forse, con lui davanti, nemmeno avrebbero potuto. Ma tant’è. Il Cavaliere per trovare qualcuno da presentare come “nuovo” ha dovuto rivolgersi alla televisione, seguendo – e questo è un paradosso – quello che la sinistra ha fatto anni fa dall’epoca Badaloni in poi. Ecco il perché della scelta su Toti.

Il metodo
Il punto è che non basta essere giovani per cambiare le cose. Una carta d’identità non troppo stropicciata non è sinonimo di rivoluzione: è il metodo che deve cambiare. E in questa Italia il “metodo” sembra essere sempre lo stesso. Le inchieste sui fondi regionali, che coinvolgono tutti i partiti a tutte le latitudini, dimostrano più di tanti ragionamenti come la generazione dei 40enne abbia fallito. Si dirà: ma è una stagione buona, bisogna dare loro il tempo di dimostrare. Sarà, ma il buongiorno di vede dal mattino. E fuori dalla finestra degli italiani si vedono solo tasse, ruberie, inciuci. A guardare bene, il panorama non è cambiato.