Se la ripresa resta virtuale

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di Gaetano Pedullà

C’è un’Italia virtuale, quella degli annunci della politica e dei grandi giornali che pontificano gli strabilianti risultati del governo. In quest’Italia “la ripresa è dietro l’angolo”, “le banche tornano a erogare credito” e “le tasse scenderanno”. Poi c’è un’Italia reale, quella del piccolo artigiano che deve chiudere l’attività, dell’imprenditore che aspetta mesi per un fido che non arriva, dei giovani che restano a spasso. Tu in quale di queste due Italia vivi? Se guardiamo i numeri – e i numeri sono argomenti testardi! – vediamo che dopo due anni prima di Monti e poi di Letta a Palazzo Chigi, oggi abbiamo il record storico della disoccupazione; il record storico del calo dei consumi; il record storico del debito pubblico. Non basta a certificare il fallimento delle politiche imposte dall’Europa e dai mercati? E allora prendiamoci un altro record da non incorniciare sfornato ieri caldo caldo dalla Banca d’Italia: la redditività delle aziende italiane è al minimo dal 1995. E solo il 55% delle imprese con almeno 20 addetti prevede di chiudere l’anno in utile. Fanno invece utili – e quanti! – le banche, tornate a registrare guadagni da nababbi (vedere le trimestrali di questi giorni). Com’è possibile se prestano sempre meno denaro? È la stessa Banca d’Italia ad ammettere che troppe aziende, soprattutto le più piccole, non riescono a ottenere i finanziamenti richiesti. Dunque le banche fanno i soldi con la più facile delle speculazioni: raccogliere dalla Banca centrale europea e dai risparmiatori denaro a basso costo per investirlo in titoli di Stato sicuri e a tassi quattro volte maggiori. Chi paga gli interessi che diventano l’utile dei banchieri? Li paghiamo noi, da una parte con le tasse e dall’altra aumentando un debito pubblico condizionato dal più virtuale e truffaldino dei coefficienti: lo spread. Fin quando non spezzeremo questo gioco è inutile illudersi: anche la ripresa resterà virtuale.

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