Se le mafie escono dal radar delle emergenze

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di Gaetano Pedullà

Un’altra auto nel traffico di Napoli. Chi è fatto di carne e di camorra ha visto solo questo ieri in quella vecchia Mehari tornata in strada dopo 28 anni. Senza Giancarlo Siani, il cronista coraggioso ucciso dai sicari proprio su quel mezzo, quell’auto è un simbolo in più di un’antimafia monca, capace di strappare giusti applausi e articoli sui giornali, ma non di far proseliti nelle roccaforti del crimine organizzato. La forza dell’esempio di Siani, come di ogni martire dei clan, si infrange nella rassegnazione alla miseria, nel bisogno, nella delusione per una legalità che resta slogan. Nella città che ha scelto un magistrato sindaco, la speranza sta svanendo un pezzo al giorno. Non è colpa di De Magistris, perlomeno non solo colpa sua. Ma senza leggi speciali, senza poteri fortissimi all’amministrazione locale o al prefetto, senza soldi per dare lavoro – cioè la benzina di quella Mehari – la legalità non fa strada. Anzi, vedere il successo di un unico brand chiarissimo – nessuna cessione al malaffare – che non porta a risultati, rischia di ritorcersi drammaticamente in futuro. La guerra alle mafie, così come al crescente degrado di una convivenza civile, va fatta con la testimonianza, ma insieme con risposte che un Paese deve dire se vuol dare davvero oppure no. E vedere nel dibattito politico degli ultimi tempi, alquanto misero in verità, totalmente sparite dai radar la questione meridionale, l’inasprimento della lotta alla criminalità organizzata, la destinazione di mezzi straordinari per affrontare un’emergenza dello Stato, non promette niente di buono. Mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita e tutte le loro declinazioni sono un cancro a cui il corpo mollaccione di un’Italia distratta dalla crisi dedica sempre meno importanza. Una deriva di fronte alla quale il silenzio è colpevole come l’odio che 28 anni fa uccise Siani. Un grande collega. Un grande esempio.