Sea Watch 5, la disobbedienza civile che il diritto già riconosce: i tribunali italiani contro i porti lontani

Sea Watch 5 fa fa rotta su Trapani anziché a Carrara, più lontana di 1.100 chilometri. Sfidando l'ordine del governo

Sea Watch 5, la disobbedienza civile che il diritto già riconosce: i tribunali italiani contro i porti lontani

«Basta così. Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani».

Sera del 17 marzo 2026. Il Canale di Sicilia è in tempesta, le onde superano i due metri. A bordo ci sono naufraghi con gravi ustioni da carburante, donne incinte, persone esauste. Il porto più vicino è a poche miglia. Il governo italiano ne ha assegnato uno a 1.100 chilometri.

La parola disobbedienza fa paura. Solo che in questo caso non è la violazione di una legge: è l’applicazione del diritto contro un ordine illegittimo. Una distinzione che i tribunali italiani hanno già messo nero su bianco, più volte. E che il governo italiano finge sistematicamente di non leggere.

Il precedente che il governo ignora

Ottobre 2025, porto di Trapani. La nave Mediterranea disobbedisce all’ordine di porto lontano e sbarca dieci naufraghi in Sicilia. Scatta il fermo. Il Tribunale di Trapani lo annulla in otto pagine di motivazioni: la disobbedienza era assunta «esclusivamente per motivi solidaristici» e «non si profila idonea a pregiudicare, ma al contrario a salvaguardare, gli obiettivi di tutela della vita e della salute in mare di cui gli Stati sono portatori alla luce delle convenzioni internazionali».

Lo sbarco in porto diverso da quello prestabilito «non appare idoneo ad incidere in maniera rilevante sugli interessi di rango pubblicistico» che motivavano l’ordine del Viminale. Insomma: il porto lontano non tutela nessun interesse pubblico reale. Serve a punire. Lo ha scritto un giudice.

La catena giurisprudenziale è ormai lunga: il Tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato a risarcire Sea Watch 3 con 76.000 euro, quella della comandante Carola Rackete, per il fermo illegittimo del 2019; il fermo alla Sea Watch 5 è stato sospeso dal Tribunale di Catania a febbraio 2026; la Corte Costituzionale, l’8 luglio 2025, ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive. Ieri mattina Mediterranea Saving Humans lo ricordava esplicitamente: «Proprio a Trapani esiste già un importante precedente in cui sono state riconosciute le ragioni della scelta di disobbedire all’ingiusta imposizione di un porto lontano.»

Di fronte a questa sequenza, il governo ha una sola legittima risposta: impugneremo le sentenze. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dichiarando di voler «valorizzare il sistema giudiziario», mentre i suoi colleghi attaccavano i giudici in diretta social accusandoli di «finalità politiche». La contraddizione non disturba nessuno.

Mentre la nave aspettava, il mare uccideva

Alarm Phone ha confermato che di un’imbarcazione con 62 persone a bordo si erano perse le tracce durante la tempesta del 16 marzo: 17 morti, i superstiti riportati in Libia e adesso in un centro di detenzione. «Queste morti avrebbero potuto essere evitate.» Contemporaneamente 111 persone erano bloccate sulla piattaforma petrolifera Miskar, al largo delle coste tunisine di Gabés, in acque internazionali, senza che nessuna autorità intervenisse.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni registra nei primi due mesi del 2026, 606 morti o dispersi, il peggior inizio d’anno dal 2014. Frontex certifica che a gennaio 2026 gli arrivi irregolari alle frontiere europee calano del 60% rispetto a gennaio 2025; i morti nel Mediterraneo quello stesso mese: triplicati. Meno arrivi, più morti, perché la deterrenza non ferma le partenze: spinge le persone a imbarcarsi in condizioni peggiori, con meno navi nelle vicinanze. Il porto lontano è quindi anche una politica di invisibilità: navi lontane non producono immagini, non producono testimonianze, non producono notizie. La crudeltà verso i sopravvissuti scoraggia i soccorritori, riduce i testimoni, fa sparire le morti.

Di fronte a questo, la parola disobbedienza smette di fare paura. O meglio: spaventa chi ha interesse a confonderla con l’illegalità. La Convenzione Solas, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la Convenzione Sar impongono che lo sbarco avvenga senza indugio nel luogo sicuro più vicino. Non a Carrara, non dopo quattro giorni in tempesta. Chi disobbedisce all’ordine che contrasta con queste disposizioni non viola la legge: la ripristina. Lo sa Sea Watch. Lo sa Mediterranea. Perché lo dicono i tribunali italiani.

Del resto non è una coincidenza che le sentenze favorevoli alle Ong siano diventate l’argomento principale della campagna per il Sì al referendum. «Ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia», ha detto esplicitamente un autorevole esponente della maggioranza di governo, commentando proprio le sentenze Sea Watch.