Senza congresso il Pd muore. Epifani prepara il funerale

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di Vittorio Pezzuto

«E pensare che c’era stato pure un dibattito intenso, con idee diverse che hanno ridato grandezza alla politica. Tutto rovinato da un giochetto degno delle peggiori pratiche della Prima Repubblica». Gianni Pittella, vice presidente vicario del Parlamento europeo e candidato alla segreteria del Pd, non ha ancora digerito lo squallore di un’assemblea nazionale trovatasi senza numero legale per approvare le modifiche allo Statuto che consentirebbero la tenuta del congresso il prossimo 8 dicembre. «Qui c’è gente che si piega a ogni bassezza pur di evitare il cambio della guardia. Sono dei disperati. Da qui la mia proposta agli altri tre candidati alla segreteria: chiediamo insieme a Epifani il rispetto inderogabile della data dell’8 dicembre e la contemporanea semplificazione del percorso congressuale. È l’unico modo per evitare la sospensione della democrazia interna del partito. Se non si fa il congresso il Pd muore».
Avete discusso per giorni sulla supposta incompatibilità tra segretario e candidato premier. Pensate davvero che a qualcuno possa interessare ancora un leader di partito che non aspira a diventare premier?
«In effetti ci avvitiamo su nodi che non esistono, frutto di una visione vecchia di trent’anni e ormai superata. Purtroppo c’è chi non vuole prendere atto del proprio fallimento, di aver perduto la battaglia della vita facendosi rimontare da Berlusconi».
Si ha l’impressione che il partito sia sfuggito di mano al segretario Epifani.
«In fondo è un solo reggente votato da un’assemblea interna, il cui incarico doveva esaurirsi in una manciata di mesi. Il suo errore è stato quello di averla tirata per le lunghe. Doveva trovare immediatamente un’intesa sulle regole congressuali, fissando la data dell’assise già prima dell’estate. E invece ha buttato la palla in avanti, impaurito come tutti da Renzi. Col risultato che parliamo solo di regole e il Paese non ci capisce».
Al Pdl che innalza le bandiere dell’abolizione dell’Imu e del mancato aumento dell’Iva, il Pd non è riuscito finora a opporre un tema altrettanto spendibile che giustifichi al vostro elettorato il ‘sacrificio’ delle larghe intese.
«Verissimo. Ma come potremmo lanciare una parola d’ordine credibile se non abbiamo un punto di vista autonomo? Siamo ormai privi di un gruppo dirigente, altrimenti avremmo già imposto il taglio di almeno un punto della tassazione sulle imprese e sul lavoro come condizione per restare al governo. Qui è tutto precario, tutto improvvisato. Siamo nelle mani di una nomenklatura romana miope che non vuole mollare la preda e che preferisce che Sansone muoia con tutti i filistei..».
Rispetto agli altri tre candidati alle segreteria, lei è quello meno conosciuto. Ci piega perché gli iscritti e i simpatizzanti dovrebbero votarla?
«Appartengo alla cultura riformista, cattolico-socialista, attenta al filone laico-libertario e non mi riconosco in una visione neoliberal né cattocomunista. Penso che il Pd debba essere un partito riformista, moderno ed europeista, che vuole voltare pagina rispetto al rigore, che dice no alle attuali regole del patto di stabilità, che punta a rivedere il meccanismo perverso per il quale (ai fini del rapporto deficit-Pil) le spese di investimento sono equiparate alle spese correnti. Voglio un’Europa politica, federale, con l’elezione diretta del presidente della Commissione. E mi batto perché il nostro partito, che finora non ha alcun tipo di collocazione politica europea, entri finalmente nella famiglia dei socialisti. Propongo inoltre una visione unitaria dell’Italia con una forte attenzione al Mezzogiorno e soprattutto immagino un partito con un profilo federale, di prossimità ai cittadini, che decide sui territori e che si libera del romanocentrismo e del correntismo acuto che lo hanno dilaniato in questi anni».
Ma non è proprio quello che vuole Renzi?
«Non saprei. Matteo è una grande risorsa del partito ma su molti, troppi temi non si è ancora espresso. Solo il congresso potrà dirci se ha una piattaforma programmatica adeguata. Non si può scegliere un segretario solo sulla base del nome e della simpatia».