Senza moderati le riforme sono utopia

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Di Gaetano Pedullà

Con condizioni meteo così instabili, il Governo ha pensato bene di gettare nuova legna sul fuoco per assicurarsi un autunno caldo a puntino. La mossa l’ha fatta il ministro della pubblica amministrazione, ben cosciente che tagliare del 50% i permessi sindacali è come incidere sulla pelle viva delle confederazioni. Non illudiamoci: ai cittadini non verrà alcun vantaggio. Spedire dietro una scrivania signori che da decenni girano in lungo e largo gli uffici pubblici per fare politica sindacale (e quasi sempre non solo sindacale) significa mettere al lavoro persone senza più alcuna abitudine a produrre. Il ministro Madia ha però fatto benissimo. Disboscare la foresta di privilegi cresciuta silenziosa nel pubblico impiego è un dovere sacrosanto. Se poi servirà pure a marcare le distanze tra chi vuole le riforme e chi punta invece a conservare il proprio piccolo orticello, ancora meglio. Chi legge questo giornale dal primo giorno sa che la nostra unica stella polare è il cambiamento.

Per cambiare serve coraggio
Destra, Sinistra, Centro o senza bussola, non abbiamo guardato in faccia nessuno nel raccontare questo Paese ingessato. Sempre con un obiettivo: indicare i nodi per scioglierli e non per tagliarli in quella logica di cupio dissolvi dilagante nei sempre più popolosi ambienti radical-chic. Cambiare, dunque, è l’unica strada che ci resta per ripartire. Ma cambiare richiede coraggio, passione e la capacità di nuotare in un mare dove le correnti contrarie sono fortissime. I riformatori di questo Paese hanno i muscoli necessari? No, e chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Per fare le vere riforme – e non dei pasticcetti spacciati per miracolosi cambiamenti – serve alleare sugli stessi progetti i moderati. E spingere perché questo esercito, che resta indiscutibilmente maggioranza nel Paese, trovi presto un nuovo punto di aggregazione. Oggi più che mai l’Italia ha bisogno di una forza moderata capace di farsi sentire. Di moderati che sanno appena bisbigliare o che non votano o sanno solo girare la testa di questi tempi non c’è che farsene.

Fuori dal gregge
Essere moderati, liberali, sinceramente democratici non vuol dire essere muti, stare alla finestra e aspettare che qualcun altro faccia il lavoro sporco di aggiustare il Paese. Ora la nostra storia è piena di coraggiosi come Panfilo Gentile, il vecchio giurista che diceva di essere un “liberale terrorista” e di “non concepire che le bombe” per poi aggiustarsi sotto le coperte, come descriveva magistralmente Indro Montanelli nei suoi diari. Quello che serve è un riscatto del ceto medio massacrato, della gente perbene, della borghesia che sempre Montanelli disprezzava per il suo conformismo, tanto da dire che “adottando come divisa il paltò di cammello, la borghesia crede di essersi trasformata da gregge in carovana”. E ora sono sempre meno quelli che possono permettersi il paltò, vero o finto cammello che sia.

I nemici delle riforme
Questo mondo è chiamato a settembre a un derby decisivo. Dall’altra parte non ci sono solo i sindacati a difendere un’Italia bizantina, con un mercato del lavoro fallimentare, regole che – parlano i fatti – fanno fuggire le imprese e diminuire gli occupati. La resistenza malata di questa Italia sono le lobby e i centri di potere che difendono i più scaltri, il qualunquismo e l’ignoranza che marginalizzano i più ingenui, il disfattismo e il cinismo che paralizzano i figli di papà troppo impegnati a non far nulla o chi è in cerca di un lavoro e anche in questo caso è troppo impegnato per occuparsi d’altro. Volere il cambiamento vuol dire stare da una parte. Chi sta fermo non è neutrale, ma è con l’altra parte, in compagnia di chi questa Italia l’ha prosciugata, di chi ha tratto enormi benefici da decenni di scabrosi scambi consociativi, per non parlare delle clientele e delle ruberie camuffate da scelte di politica economica (vogliamo parlare della privatizzazione a due soldi della Telecom?), di politiche sociali (l’assunzione di migliaia di docenti che ha fatto della nostra scuola un immenso stipendificio in cambio di una lunga pax sindacale) o di politiche industriali (la rete di municipalizzate costituite per assegnare poltrone, togliendo spazio all’impresa privata e alla sua necessaria esigenza di essere efficiente per non morire).

Una politica più forte
Ora è chiaro che i sindacati tenteranno di frenare qualunque riforma del lavoro e della pubblica amministrazione, a meno che non sia migliorativa per loro e peggiorativa per i conti dello Stato. Una vecchia storia. A confederazioni che fanno da sempre il bello e il cattivo tempo, il ministro Madia deve sembrare un ostacolo piccolo piccolo. E così sarà se a fare le riforme resterà solo parte del Pd, forse sì o forse no Forza Italia e qualche centrista. Per cambiare serve una pressione più forte. E quanto prima pure una politica più forte (e per questo le elezioni non possono essere lontane).