Serve il Tar per liberare il Palazzo di Capodimonte

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di Clemente Pistilli

Un edificio storico di proprietà dello Stato, inserito in un complesso di altissimo valore come quello della reggia di Capodimonte a Napoli, può essere dato in affitto a privati? La logica porta a dire di no, ma nella gestione dei gioielli artistici italiani accade anche questo e capita così che per poter poi tornare in possesso del bene si finisce in un’aula di tribunale. La vicenda riguarda il “Casino dei Principi”, nel capoluogo campano, il cui impianto originario è preesistente al palazzo reale voluto nel Settecento da Carlo di Borbone e in precedenza proprietà dei Carmignano marchesi di Acquaviva, uno dei casini di villeggiatura più belli tra quelli presenti sulle colline napoletane. Lo storico edificio si trova dinanzi alla reggia, dove sono custoditi capolavori degli artisti del Rinascimento e del Barocco, all’interno di quel parco di 134 ettari polmone verde di Napoli. La gestione del “Casino dei Principi” era affidata all’Agenzia del demanio e poi, “in ragione del valore culturale”, è passata al Ministero per i Beni e le attività culturali. Un riconoscimento che non ha però evitato che lo storico edificio venisse dato in locazione, un contratto rinnovato l’ultima volta otto anni fa, con scadenza fissata al 30 settembre 2009 e la possibilità da parte del Mibac di rinnovarlo dietro richiesta degli inquilini. Il 12 giugno di quattro anni fa i titolari del contratto hanno così chiesto di rinnovarlo. Il Ministero è rimasto in silenzio, salvo poi emettere un provvedimento di sgombero, “per destinare gli ambienti alle proprie esigenze istituzionali”. Gli inquilini hanno subito impugnato il provvedimento, sostenendo che la mancata risposta da parte del Ministero avrebbe comportato un tacito rinnovo della concessione. Restituire il “Casino dei Principi” alla collettività è diventato difficile e a risolvere il problema sono stati chiamati i giudici amministrativi. Il Tar della Campania si è ora pronunciato, respingendo il ricorso con cui la titolare del contratto di affitto aveva chiesto di annullare l’ordinanza di sgombero dello storico edificio emessa a suo carico. Per il Tribunale l’inerzia mantenuta dal Ministero dinanzi alla richiesta di rinnovare la concessione non può essere considerata un silenzio-assenso e alla scadenza del titolo, “pur a fronte della corresponsione del canone protrattasi nel tempo”, l’occupazione del palazzo era da considerare abusiva.