All’opificio cinese di Garbagnate Milanese che secondo gli inquirenti sfruttava lavoratori in nero, senza documenti, il “carcoat reversibile” era pagato 107 euro e poi messo in vendita a 1.945 euro. Così come il giubbotto Typhoon, pagato al fornitore cinese 74 euro era venduto sul mercato a 569. I margini di guadagno andavano così dal 95% all’87%.
A surfare sui prezzi di produzione era la società DAMA S.p.A., che controlla il brand Paul & Shark, finita ieri sotto controllo giudiziario d’urgenza insieme a un’altra griffe del lusso, la Alberto Aspesi&C.. Entrambe le maison sono accusate dalla procura di Milano di aver adottato una “modalità di produzione (con conseguente risparmio sul costo del lavoro e di aver subappaltato la produzione di capi di abbigliamento” con una “deliberata mancanza di modelli organizzativi idonee a garantire che si verifichino situazioni di pesante sfruttamento lavorativo”.
Indagati gli Ad Dini e Chiappetta
Nel registro degli indagati sono finiti così i due Ad, Francesco Umile Chiappetta per Aspesi e il varesino, Andrea Dini, per DAMA. Un nome noto alle cronache finanziarie e giudiziarie, quest’ultimo, un po’ perché cognato del governatore lombardo Attilio Fontana, un po’ perché già assurto all’onore delle cronache essendo finito sotto processo per la vicenda dei camici venduti e poi regalati dalla DAMA durante il Covid a Regione Lombardia, processo concluso con il proscioglimento di tutti gli accusati in appello.
Per DAMA “sfruttamento dei lavoratori” in nero “come modalità di produzione”
Ora Dini torna sotto il faro dei pm Paolo Storari e dalla collega Daniela Bartolucci insieme a tre cittadini cinesi titolari dell’opificio GMAX 365 S.r.l., che tra il 2023 e il 2025, ha cambiato nome ma non sede, e al quale era stata affidata la confezione di vestiario. Il caso della DAMA è simile a quello Tod’s, perché il pubblico ministero ha scelto di procedere d’urgenza, salvo poi attendere la convalida di un gip, ed ha contestato il caporalato diretto, perché le società avrebbero accettato “lo sfruttamento dei lavoratori” in nero “come modalità di produzione”, in tutto circa 45 persone.
Per i pm i manager non potevano non sapere
Dagli accertamenti sarebbe emerso che Aspesi &C e Dama erano “assiduamente presenti presso l’opificio, dove, lo si ricorda, era affisso un cartello indicativo dell’orario di lavoro (8 -22)”, cosa per cui “pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali di Dama spa, Andrea Dini, e di Francesco Umile Chiapetta”, annotano gli inquirenti. Per i magistrati, manager e dirigenti erano soliti effettuare “costantemente audit e visite presso fornitori dove era in atto lo sfruttamento lavorativo e finalizzati solo alla verifica della qualità del prodotto rimanendo invece ciechi nei confronti di tutti gli aspetti inerenti la sicurezza sul lavoro“.
La Procura: “Un’illecita politica d’impresa”
“Si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata”, scrivono i pm, “da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business”. “Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa”, proseguono i pm nel provvedimento.
I controlli ispettivi hanno replicato, evidenzia la Procura, “quanto già visto in altri opifici a conduzione cinese e lo schema del meccanismo di grave sfruttamento lavorativo” ai danni di persone soffocate “nella morsa della clandestinità e della ridotta possibilità di emancipazione nel territorio italiano”.
La prima indagine nel 2023
Già nel 2023, annotano gli investigatori, le ispezioni dei Carabinieri avevano trovato condizioni di lavoro simili a quelle illustrate nel decreto di ieri nello stesso opificio di Garbagnate, che però allora era di proprietà della società M&G Confezioni srl. Uno sfruttamento ricominciato subito dopo, cambiando solo nome all’azienda, divenuta GMax 365 srl.
Tra il 2024 e i primi mesi del 2026 GMax ha emesso fatture a DAMA per complessivi 2.234.878,96 euro.
L’ira di Fontana “Strumentale abbinare il mio nome a quello di mio cognato”
A chi gli ha chiesto un commento sull’inchiesta, ieri il governatore Fontana ha risposto così: “Chiedete a mio cognato che sicuramente dimostrerà la propria innocenza, come ha dimostrato in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto. Mi chiedo la strumentalità della domanda e dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini, che è titolare dell’azienda nella quale io non ho alcuna parte. Prendo atto del fatto che, più che sapere le cose, volete cercare di mettere sempre un pizzico di veleno nelle richieste”.