Sigarette elettroniche nel caos

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di Stefano Sansonetti

La battaglia di lobby sulle sigarette elettroniche adesso finisce in tribunale. Nel mirino è finito il ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, che il 16 novembre 2013 ha firmato un decreto ministeriale che avrebbe dovuto dare attuazione al prelievo fiscale del 58,5% sulle e-cig a partire dal 1° gennaio 2014. Peccato, però, come ha certificato anche la Corte dei conti, che la data di adozione del decreto fosse stata fissata dalla legge al 31 ottobre 2013. Senza contare, hanno incalzato i giudici contabili, che la sua pubblicazione in Gazzetta, intervenuta lo scorso 7 dicembre, è risultata “così a ridosso dell’entrata in vigore delle disposizioni” da aver “limitato drasticamente lo svolgimento del controllo preventivo di legittimità da parte dell’Ufficio che non ha potuto effettuare i necessari approfondimenti”. Ma il provvedimento è contestato dai produttori di e-cig anche perché prevede iter autorizzativi da parte dei Monopoli di Stato così lunghi da mettere a repentaglio l’andata a regime della commercializzazione. Basti pensare che, in base al decreto, i Monopoli hanno 60 giorni di tempo per fare verifiche sui locali di deposito. Entro altri 30 giorni dal termine della verifica dovrà arrivare il provvedimento di autorizzazione. La stessa autorizzazione, in ogni caso, deve essere adottata entro 30 giorni dalla data di consegna della cauzione ai Monopoli. Insomma, una cronologia che dilata i tempi a dismisura e non va giù a produttori e distributori di sigarette elettroniche, riuniti rispettivamente in Anafe-Confindustria e Fiesel-Confesercenti (5 mila punti vendita e 7.300 dipendenti), già arrabbiati per il livello di prelievo fissato al 58,5%. Poi c’è l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli stessi produttori, infatti, nei giorni scorsi hanno fatto pervenire un questionario ai Monopoli per risolvere alcuni dubbi. L’amministrazione pubblica, guidata da Luigi Magistro, ha sostenuto che l’imposta del 58,5% deve ritenersi applicabile anche agli accessori, come le batterie, le custodie dei dispositivi e il carica-batteria, scatenando ancora una volta l’ira del settore. Il presidente di Anafe-Confindustria, Massimiliano Mancini, annuncia adesso la presentazione di un ricorso al Tar, “perché per come è scritto questo provvedimento sembra fatto apposta per danneggiarci”. La verità è che la guerra di lobby ormai è deflagrata, con Confindustria e Confesercenti opposte alla Fit, la Federazione tabaccai aderente a Confcommercio che vede come una minaccia lo sviluppo di una rete distributiva alternativa alla loro. Per questo la Fit, che riunisce 48 mila tabaccai (e sembra aver trovato una sponda nel sottosegretario all’economia Alberto Giorgetti), vorrebbe negoziare il business delle sigarette elettroniche direttamente con le big del tabacco come Bat o Philip Morris. Adesso la parola passa al Tar. Ma è solo l’inizio.

E ora la Corte dei conti stronca Saccomanni

Era un decreto molto atteso. Del resto il produttori di sigarette elettroniche, che già avevano lamentato l’eccessivo prelievo fiscale sulle e-cig fissato al 58,5% dal decreto Iva-Lavoro di qualche mese fa, avevano fretta di capire in che modo sarebbe stata implementata la tassazione, la cui decorrenza è scattata dal 1° gennaio 2014. Peccato che il decreto in questione, la cui adozione era prevista dalla legge per il 31 ottobre del 2013, sia stato firmato dal ministro il 16 novembre successivo. Senza contare che la sua pubblicazione in Gazzetta è arrivata il 7 dicembre, cioè a una manciata di giorni dall’entrata in vigora del nuovo meccanismo. Il tutto condito con iter autorizzativi così lunghi (vedi l’articolo sopra) da mettere in seria discussione non solo la commercializzazione delle e-cig nel 2014, ma anche l’incasso erariale atteso, ovvero 117 milioni di euro. Proprio su questi punti, nelle scorse settimane, le Corte dei conti è stata durissima. Con una nota dell’Ufficio di controllo sugli atti del ministero dell’economia, datata 3 dicembre 2013, i giudici contabili hanno letteralmente sbertucciato il decreto Saccomanni. Innanzitutto hanno comunicato “di aver dato corso per ragioni di correntezza al provvedimento, in considerazione della necessità di scongiurare la paralisi del settore, con le intuibili ricadute in termini di mancate entrate per le casse dello Stato”. In più hanno fatto notare che “il provvedimento è stato adottato in data 16 novembre, e dunque oltre il termine del 31 ottobre fissato dal legislatore”. Un danno, dato che le norme in questione “comportano una fase applicativa piuttosto complessa”. E poi l’accusa più grave: “L’adozione del decreto così a ridosso dell’entrata in vigore delle disposizioni, ha limitato drasticamente lo svolgimento del controllo preventivo di legittimità da parte dell’Ufficio che non ne ha potuto effettuare i necessari approfondimenti”. Una questione di non poco conto, quindi, rispetto alla quale la Corte dei conti ha fatto sapere al dicastero di via XX Settembre di aver dato il via libera al decreto di Saccomanni unicamente perché i tempi stringevano. Ma sul decreto, adesso, si sta per aprire una battaglia giudiziaria che si presenta già come un redde rationem tra lobby.