A sinistra di Renzi il nulla. Il fiasco di Fassina & co. A Roma, Milano e Torino candidati fermi tra il 3 e il 5%

di Francesco Bonazzi
Politica

A un certo punto un tweet squarcia il grigiore della lunga notte elettorale: “#DeMagistris #Fassina #Airaudo #Rizzo” la sinistra c’è!”, firmato Paolo Ferrero, uomo dalle mille scissioni e segretario di quel che resta di Rifondazione Comunista. Sì, la sinistra c’è, ma prende la metà dei voti che avrebbe potuto prendere con un Pd che lascia volontariamente scoperto il fronte sinistro, per correre dietro al modello del partito della nazione. I numeri, del resto, non sono un’opinione. Nella Milano che vede andare al ballottaggio Giuseppe Sala e Stefano Parisi, due candidati sindaci così centristi e moderati da essere quasi intercambiabili, la sinistra ha schierato un ex verde di puro combattimento come Basilio Rizzo. Che si è fermato al 3,56%. A Torino, l’ex sindacalista della Fiom Giorgio Airaudo doveva fare sfracelli e sfilare la vittoria a Piero Fassino e al suo “sistema Torino”, imperniato su Fiat e Sanpaolo. Sosteneva di partire dal 5%, ma agli amici non nascondeva di sognare “la doppia cifra” e i sondaggi lo davano al 7% come minimo. Alla fine ha raccolto un modesto 3,7%, surclassato nei quartieri operai e popolari dal Movimento Cinque Stelle. E con numeri del genere, al ballottaggio tra la grillina Chiara Appendino e Piero Fassino, la sinistra non sarà determinante.

COMPAGNO GRILLO – Lo sarà la Lega, piuttosto, che ha conquistato l’8,4% ed è il vero incubo del sindaco uscente. A Roma la débacle è anche più vistosa. Stefano Fassina si è fermato al 4,5% e anche lui ha dovuto assistere all’onda di piena grillina nei quartieri “rossi”. Segno che l’elettorato avvelenato con Matteo Renzi non premia chi pure lo ha contestato duramente, come l’ex viceministro dell’Economia, ma preferisce volare tra le braccia di Beppe Grillo. Fassina comunque si conferma una persona onesta anche nell’analisi del voto e ammette: “Non sono contento, speravo di riuscire a intercettare un pezzetto di voti andati al M5s. L’autonomia del nostro profilo è ancora incompiuta, non abbiamo un posizionamento nazionale chiaro e abbiamo prospettive contraddittorie al nostro interno”. Non fa una piega e qualcosa doveva aver intuito anche Pippo Civati, fondatore di Possibile un altro movimento di sinistra, che in campagna elettorale s’è fatto vedere giusto per sostenere Mara Marani a Rimini, che comunque si è fermata al 2,16%. Civati aveva detto che queste amministrative arrivavano troppo presto, che il nuovo soggetto non era pronto e che il primo vero banco di prova sarebbe stato il referendum costituzionale sul Senato. E poi c’è Nichi Vendola, altro socio fondatore della ditta, che ha preferito dedicarsi alla fresca paternità.

ILLUSIONI – Certo, a sinistra nessuno sperava anche solo di sfiorare risultati gloriosi come il 25% di Podémos alle ultime politiche spagnole, o addirittura il 36% di Alexis Tsipras e della sua Syriza in Grecia. Ma in molti erano convinti di prendere almeno l’8% a Roma e magari il 10% a Torino. Invece ci si è fermati alla metà. Quello che ha fatto meglio di tutti è stato Federico Martelloni a Bologna, un giovane giuslavorista che ha raggiunto il 7% e ha avuto l’onore di un endorsement diretto e affettuoso di Pablo Iglesias, il leader di Podèmos. Ma poi persino in una città rossa come Savona, dove il Pd renziano ne ha combinate di tutti i colori, il candidato della sinistra si è fermato a un misero 4,7%. Forse ha ragione Paolo Ferrero: la sinistra c’è, ma solo se si arruola (a sua insaputa) quella macchina da voti di Luigi De Magistris.