Soffiate agli investitori cinesi. Ex ambasciatore italiano a giudizio. Morabito è accusato di corruzione. Denaro in cambio di dritte sulle società da acquistare

ANTONIO MORABITO
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Soldi, viaggi e altri benefit, in cambio di vitali informazioni sullo stato delle aziende italiane in vendita o in crisi economica a facoltosi investitori cinesi. Con l’accusa di corruzione è stato rinviato a giudizio, su richiesta della Procura di Roma guidata dal procuratore Michele Prestipino, Antonio Morabito (nella foto), l’ex ambasciatore italiano al Principato di Monaco poi transitato alla direzione generale per la Promozione del Sistema Paese del ministero degli Esteri. Come disposto dal giudice per l’udienza preliminare della Capitale, il processo inizierà il prossimo 12 aprile davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Roma.

LA LUNGA INDAGINE. Un appuntamento giudiziario in cui l’uomo sarà costretto ad accomodarsi nel banco riservato agli imputati insieme ad altre quattro persone ritenute, dai pubblici ministeri capitolini, i procacciatori di affari che avrebbero cercato di acquistare i suoi servigi per avere informazioni sulle aziende italiane in crisi. Nel procedimento era coinvolto anche un avvocato cinese che, però, ha scelto la via del rito abbreviato ed è già stato condannato ad un anno di reclusione. A dispetto degli importanti ruoli istituzionali ricoperti, stando alle carte dell’inchiesta, sembra proprio che Morabito nei suoi ritagli di tempo non perdesse occasione per promuovere gli interessi della Cina.

Consulenze per le quali gli investitori di Pechino, attraverso alcuni intermediari, erano disposti a remunerarlo lautamente. Sempre stando a quanto ricostruito dalla Procura di Roma, all’uomo arrivavano pagamenti da decine di migliaia di euro, talvolta versati direttamente sul suo conto corrente e in altri casi trasferiti su schede ricaricabili, oppure gli venivano forniti diversi benefit tra i quali viaggi all’estero o, addirittura, il pagamento dell’affitto dell’appartamento del figlio che si trovava in Inghilterra per ragioni di studio.

Come si legge nel capo di imputazione, presente nella richiesta di rinvio a giudizio, i magistrati di Roma hanno messo nero su bianco che Morabito “essendo a conoscenza di notizie apprese anche sfruttando le relazioni derivanti dalla sua qualità e dalle sue funzioni ed avendo acquisito conoscenze con investitori cinesi interessati ad acquistare tecnologia italiana nel settore delle telecomunicazioni per conto” di un colosso delle telecomunicazioni e tecnologia cinese, avrebbe fornito “notizie in via preferenziale al suo commercialista e all’avvocato cinese, che in ragioni di tale conoscenze privilegiate avevano la possibilità di proporsi quali intermediari dell’accordo e si attivavano per mettere in contatto le parti interessate”.

LE INTERCETTAZIONI. Sostanzialmente l’accusa ritiene che Morabito metteva in contatto gli intermediari degli asiatici con gli imprenditori, favoriva rapporti, e chiamava i suoi colleghi italiani in giro per il mondo o gli omologhi stranieri per creare contatti. Prove di questo ‘sistema’ sono emerse nel corso delle indagini tanto che agli atti dell’inchiesta sono finite alcune intercettazioni in cui il diplomatico in relazione alle regalie rivelava: “Queste cose te le restituirò”.

Frasi a cui il professionista di turno rispondeva puntuale: “Ma figurati, non è un problema Antonio”. Che non si tratti di mere congetture deve pensarlo anche il giudice per l’udienza preliminare che ieri ha accolto a pieno la ricostruzione della Procura, disponendo il processo che dovrà chiarire – in modo definitivo – se sono stati commessi illeciti da parte degli imputati o meno.