Sondaggi da allarme, Renzi perde le certezze sul referendum. E la Boschi ammette i limiti delle riforme

di Stefano Iannaccone
Politica

Sognava una cavalcata trionfale e invece dovrà contare i voti fino all’ultimo. Certo, per il momento c’è ancora un margine di vantaggio. Ma il referendum sulle riforme costituzionali sta diventando un pensiero ossessionante per Matteo Renzi, che trascorrerà un’estate di campagna elettorale. Per evitare che sia l’ultimo Ferragosto da presidente del Consiglio: in caso di vittoria dei “no”, le dimissioni saranno inevitabili. Gli ultimi sondaggi, anche quello di istituti tutt’altro che anti-renziani, indicano un possibile testa a testa. Numeri alla mano il sostegno è in netto calo per le riforme volute da Renzi, e firmate dalla ministra Maria Elena Boschi. C’è un 37% che è convinto del sì, ma il dato appena quattro mesi fa era al 50%. Mentre i contrari sono saliti al 30%, facendo registrare un incremento pari al 6%. E soprattutto a Palazzo Chigi guardano con preoccupazione al 33% di indecisi. Una quota significativa che può spostare l’esito della consultazione.

AMMISSIONI
Le granitiche certezze si stanno sgretolando. E iniziano ad arrivare ammissioni sui limiti delle riforme. “Nessuno ha la pretesa di presentare una riforma perfetta. Ci possono essere alcune criticità”, ha detto la Boschi intervenendo in un convegno della Cisl. “Io per prima – ha aggiunto andando nel dettaglio –sono consapevole di alcune imperfezioni o magari che su alcuni punti si potevano fare scelte diverse. Ci possono per esempio essere posizioni differenti sul Titolo V e in particolare sulle competenze di Stato e Regioni”. Per sostenere il “sì”, la ministra ha usato una lessico ciclisticoa, parlando di “tappa di montagna” in cui “bisogna alzarsi sui pedali”. Fuor di metafora ha ribadito: “Votare sì o no al referendum costituzionale vuol dire votare pro o contro l’idea di cambiamento che abbiamo per il Paese”. Chi dice merita rispetto e ascolto, ma è contento di come stanno le cose oggi. Mentre chi dice sì vuole cambiare, non si accontenta dell’esistente e guarda al futuro”.

SPACCHETTARE
Dopo mesi di battaglia in solitaria, i Radicali hanno trovato qualche sponda in Parlamento per lo spacchettamento dei quesiti referendari, a cominciare dal senatore Benedetto Della Vedova per finire ai deputati, ex 5 Stelle, Aris Prodani e Mara Mucci. Il segretario radicale Riccardo Magi, in un recente intervento, ha anche ricordato: “Ci davano per pazzi. Ora Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio discutono della nostra proposta di referendum per parti separate”. E ha rilanciato la proposta. “Il referendum per parti separate è l’antidoto alla deriva plebiscitaria e allo scontro campale tra le fazioni del si e del no che esclude gli italiani. È la sola garanzia per un confronto democratico e per far scegliere davvero i cittadini su una riforma così importante”. Ma l’idea ha trovato già dei fermi oppositori: per Renato Brunetta l’operazione sarebbe incostituzionale. Perché “lo spacchettamento è chiaramente precluso dall’art.138, comma 2, della Costituzione, che stabilisce che la legge – non alcune sue norme – di revisione costituzionale è sottoposta a Referendum popolare”, ha evidenziato il capogruppo di Forza Italia alla Camera. Insomma, per dirla con la Boschi, la scalata è una Cima Coppi.