Sono stato una settimana a Parigi. E ho visto una città dove l’integrazione è fallita, con zone ghetto anche a ridosso del centro. Un brodo di coltura ad alto rischio

di Stefano Sansonetti

Sono stato una settimana a Parigi. E ho visto una città dove l’integrazione è fallita, con zone ghetto anche a ridosso del centro. Un brodo di coltura ad alto rischio

E’ una questione di legami, alcuni perfettamente riusciti, altri a dir poco fallimentari. A Parigi le linee della metropolitana sono riuscite a integrare perfettamente le zone della città, quartieri periferici compresi. Ma non sono riuscite a collegare le persone. Ci sono quartieri di Parigi dove regna la “disintegrazione” di interi gruppi di immigrati: non sono integrati e non hanno alcuna prospettiva di diventarlo. Lo scorso agosto sono stato una settimana a Parigi e lo voglio dire subito, al di là di ogni retorica: è una delle città più belle del mondo. Poi ci sono le “sorprese” oscure, quelle che da turista sembra automatico rimuovere. Riaffiorano nei ricordi, però, quando una tragedia come quella di venerdì scorso ti investe.

LE OMBRE
Un giorno, dopo aver visitato il cimitero di Père-Lachaise, mi è capitato di spostarmi a Est, in un centro commerciale. Mi ha colpito lo scenario che si apre davanti agli occhi nei paraggi dalla stazione della metro di Robespierre. Una città nella città, anzi fuori della città. Un quartiere popolato solo da immigrati che animano uno stradone di case fatiscenti. Sfido chiunque a dirmi che impressione ha davanti a quel viale. Robespierre, per dire, è poco oltre l’anello stradale che circonda Parigi. Ed è sulla linea della metropolitana che porta a Montreuil, dove sarebbe stata trovata un’auto usata da alcuni attentatori di venerdì scorso. In altri termini si tratta di una zona totalmente segregata. Ma qualcosa di molto simile è visibile in pieno centro. Una sera sono andato a cena dalle parti di Montmarte. Per tornare in albergo ho deviato leggermente a Est, prendendo la metropolitana alla stazione di Chateau Rouge. Credetemi, qui probabilmente ho assistito alla più incredibile manifestazione di degrado a Parigi. Chateau Rouge è situata in un altro quartiere ad altissima presenza di immigrati. E quello che accade intorno alla stazione della metropolitana è raccapricciante, qualcosa da terzo mondo, con sporcizia e bivacchi di ogni tipo. E tanta alienazione negli sguardi. Ancora, una mattina mi sono recato al mercato delle pulci di Saint-Ouen, zona Porte de Clignancourt (poco più a Nord di Montmartre). Anche in questo caso all’uscita della metropolitana ti si presenta davanti una città diversa, “altra”, solitaria. Una città di immigrati che sono sideralmente lontani da qualsiasi contatto con Parigi, pur vivendoci. O forse sarebbe meglio dire “sopravvivendoci”.

I NOSTRI OCCHI
E vengo al dunque. Tutti noi amiamo il concetto di integrazione, di melting pot e contaminazione culturale. Ma se anche una città come Parigi, la Ville Lumière, non riesce ad esprimere la giusta capacità di assorbimento di milioni di persone non possiamo non fermarci a pensare. Per un qualsiasi imam, anche il più improvvisato, sarebbe sin troppo semplice reclutare le vittime di questo disagio per metterle a disposizione della deriva jihadista. Parigi è una città meravigliosa. Ma Parigi siamo noi. E dobbiamo fare i conti con le sue ombre.

Twitter: @SSansonetti

Pubblicato il - Aggiornato il alle 17:11
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