Sotto i terreni di Expo un Tesoro di debiti. Non ci sono i soldi per le aree dell’evento. E alla fine paga lo Stato

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di Stefano Sansonetti

Come nelle più classiche operazioni finanziarie all’italiana. Prima la costruzione di enormi castelli facendo leva sul debito bancario. Poi l’intervento dei contribuenti italiani quando i protagonisti non riescono a onorare quel debito. A sei mesi dalla conclusione, e nonostante sia ancora lontano il deposito di documenti ufficiali, l’Expo di Milano deve fare i conti con numerosi fardelli economici. Cominciamo dicendo che il baricentro delle operazioni, adesso, si è spostato su Arexpo, la società proprietaria dei 100 e più ettari sui quali si è svolta la manifestazione. I tre maggiori azionisti sono la Regione Lombardia (34,6%), il Comune di Milano (34,6%) e la Fondazione Fiera di Milano (27,6%). Arexpo, che ha da poco cambiato il Consiglio di amministrazione, nominando Ad Giuseppe Bonomi, non ha ancora pubblicato il bilancio del 2015.

LA SITUAZIONE. Ma filtra lo stesso l’enorme peso dei debiti sotto il quale si trova schiacciata. Tutti peraltro derivanti da prestiti ottenuti per l’acquisto delle aree. La situazione debitoria della società non può essere molto diversa da quella di fine 2014. Parliamo quindi di debiti complessivi per 140 milioni di euro. Qui naturalmente bisogna distinguere. Novanta di questi milioni, infatti, rientrano nei debiti che Arexpo ha nei confronti del consorzio bancario, guidato da Intesa Sanpaolo, con cui nel 2012 aveva stipulato un contratto di finanziamento per un massimo di 160 milioni di euro. E qui capiamo anche come Arexpo sia già da tempo finita nel “giochino” del nuovo debito contratto per estinguere il vecchio debito. Metà di quei 160 milioni sono infatti serviti a rimborsare un prestito di 80 milioni che Arexpo aveva ottenuto dalla Finlombarda, la finanziaria della Regione Lombardia. Dopodiché ci sono ancora 46 milioni di debiti che la società proprietaria dei terreni ha nei confronti della Fondazione Fiera, guidata da Benito Benedini, che era proprietaria di parte del sito (l’altro era il gruppo Cabassi).

IL FRAMMENTO. C’è un passaggio nel bilancio 2014 di Arexpo che vale più di ogni altra considerazione: “a seguito dell’esito negativo della gara per l’assegnazione delle aree, la società si è trovata al 31 dicembre 2014 nella condizione di non aver rispettato gli impegni assunti con la firma del contratto di finanziamento”. Il riferimento è alla fallimentare asta da 315 milioni di euro con la quale si è cercato fino alla seconda metà del 2014 di “piazzare” i terreni. Cifra che rappresentava già una diminuzione di una stima delle aree effettuata nel 2011 dall’Agenzia del Territorio, secondo la quale i terreni avrebbero potuto raggiungere un valore tra i 346 e i 366 milioni di euro. Il naufragio della vendita ha portato banche e soci a battere cassa. Per non parlare del fatto che, a garanzia del finanziamento, Intesa ha ottenuto l’ipoteca sul sito. E ora per sbrogliare la matassa deve intervenire il Tesoro, che nei giorni scorsi ha predisposto un decreto (ha già avuto l’ok della Corte dei conti) che ne autorizza l’ingresso nel capitale di Arexpo. Ecco quindi arrivare in soccorso i contribuenti. Con quanti soldi? Le prime indiscrezioni hanno parlato di un intervento massimo del Tesoro da 50 milioni. Ma non è ancora chiaro in che modo e a chi verranno versati questi soldi. Se per esempio il Tesoro parteciperà a un aumento di capitale sociale di Arexpo con contestuale diluizione degli altri soci. O se acquisirà i pacchetti direttamente da qualche socio. La Fondazione Fiera, per esempio, vuole monetizzare il prima possibile vendendo tutto il suo 27,6%. Ma il ginepraio rimane fitto.

IL RESTO. Anche perché oltre a trovare risorse per far fronte ai suoi debiti finanziari, Arexpo dovrà anche scucire un bel po’ di denari per far quadrare i conti di Expo, la società “cugina”, adesso in liquidazione, che ha materialmente gestito la kermesse sotto la regia di Giuseppe Sala, candidato sindaco di Milano. E che in parte vede nel suo capitale gli stesso soci, come Regione e Comune. In base ad accordi  precedentemente intercorsi, infatti,  Arexpo deve per prima cosa dare ad Expo 75 milioni di euro quale aumento del valore delle aree in seguito alla complessiva urbanizzazione del sito. Poi deve versare 5,6 milioni per le bonifiche e 6 milioni di costi di gestione già sostenuti da Expo nella prima parte del 2016. In tutto fanno 86 milioni che cominceranno a essere versati dal 30 settembre 2016. A questi però bisognerebbe aggiungere altri 29 milioni che Expo rivendica a titolo di pulizia e riporto dei terreni. Quest’ultima fetta, però, è ballerina. E non è escluso che su di essa si innesti addirittura una causa. Ad ogni modo il totale dei soldi che Arexpo dovrebbe dare a Expo sale a 115 milioni. Anche questi, visti i soci, in gran parte denari pubblici. Nel frattempo la presentazione del bilancio di Expo è slittata al 30 giugno 2016, guarda caso dopo le elezioni. I conti preliminari, usciti nei mesi scorsi, parlavano di un rosso di 32 milioni. A dimostrazione del fatto che la partita economica del post Expo è ancora tutta da definire. E ci vorrà molto tempo, in attesa di quel polo tecnologico che forse un giorno sorgerà sulle aree.

Twitter: @SSansonetti

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