Spallata finale al Cavaliere. L’era di Salvini inizia da Roma. Silvio all’angolo e Giorgia destinata a perdere. La coalizione di Centrodestra è archiviata

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di Lapo Mazzei

Alla fine del Meloni day, o del Giorgia show se volete vederla in chiave goliardica, quel che resta fra le mani di un giorno di ordinaria spavalderia è una sensazione di profonda indeterminatezza. Perché l’ufficializzazione della candidatura della leader di Fratelli d’Italia a sindaco di Roma, scontata e banalmente consumata in piazza come se fosse una strapaesana, non ha affatto chiarito il quadro politico, ma lo ha ulteriormente ingarbugliato, dando vita ad una matassa incolore e macchiata in più punti. Davvero quel che resta del centrodestra romano si presenterà all’appuntamento elettorale con quattro candidati in competizione fra e loro e niente affatto antagonisti alla sinistra? E quale offerta politica sortirà questo quartetto di voci stonate? Forse nessuna.

IL VERO VINCITORE – Forse si salveranno solo Alfio Marchini e Francesco Storace per ragioni storiche e sociali, non certo politiche. Tanto il costruttore quanto l’ex delfino di Gianfranco Fini hanno un loro mondo di riferimento, riconducibile all’area moderata il primo e alla destra storica il secondo. E potrebbero anche allargare il bacino di potenziai elettori con la loro campagna elettorale. Guido Bertolaso e Giorgia Meloni, invece, sono destinati a scontrarsi fra loro, a tagliarsi la strada ad ogni passo, con il concreto rischio di mandare fuori strada l’elettore. Che già vive con disaffezione la politica. Messo di fronte a questo spettacolo non può far altro che chiedere il rimborso del biglietto e uscire di sala. Fuor di metafora, la crescita dell’astensionismo è il tratto somatico di queste elezioni, dove a vincere sarà soltanto Matteo Salvini. Perché di romano in questa partita non c’è assolutamente nulla. È del tutto evidente che Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e il leader della Lega hanno consumato la loro resa dei conti sulle spalle della città eterna. A tutti gli attori protagonisti di questa vicenda interessano le future elezioni politiche, non le amministrative per la conquista del Campidoglio.

GUARDANDO ALLE POLITICHE – La Meloni, con il suo fastidioso tira e molla, con il suo stressante vado non vado, (e lasciamo perdere la storia della maternità: abbiamo troppo rispetto per la cosa più bella concessa al genere umano per vederla strumentalizzata così) non punta al Comune di Roma ma al posto al sole alle prossime elezioni politiche. Di fatto, queste amministrative verranno usate come un test elettorale, una sorta di maxi sondaggione pagato dai contribuenti al quale rifarsi nel momento in cui dovranno essere stilate le candidature per le politiche. Ecco a cosa serve il voto a Roma. E altrettanto farà Alfio Marchini, che molti vedono come il futuro leader del centrodestra. Le comunali rappresentano la sua palestra d’ardimento e la campagna elettorale il mezzo per costruirsi quella credibilità, quella autorevolezza, che sino ad oggi gli ha fatto difetto.

TUTTI IN MOVIMENTO
Dicono, e a Roma il gossip non è mai chiacchiericcio ma colonna sonora delle cose che contato, che al fianco di Alfio stia lavorando anche Gianni Letta, in libera uscita da Berlusconi, non avendo condiviso l’insistenza su Bertolaso. Senza giochi di specchi o luci soffuse gioca la sua partita anche Francesco Rutelli che flirta con Roberto Giachetti e va a braccetto con Marchini. Tipico di questa epoca dove i partiti della Nazione sono tanti e a tutte le latitudini. E poi c’è lui, Salvini. Il leader del Carroccio ha usato Roma come bomba molotov per incendiare il Centrodestra, costringendo la Meloni a giocarsi tutto e Berlusconi a perdere la faccia e la pazienza. “Come ha detto Berlusconi, Guido Bertolaso sarà un candidato indipendente e civico appoggiato da Forza Italia, ed è quello che ho sempre pensato di essere”, dice Bertolaso. “purtroppo, e lo dico con rammarico perché sono amico di Giorgia Meloni, non sono certo io la causa di problemi politici di carattere nazionale che si giocano sulla pelle dei romani”. Ecco, non chiamatele più amministrative, ma altro. E cantate pure viva la mamma, in piazza. Così, per vedere l’effetto che fa.

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