Spendere più fondi europei. Il vero fine delle macroregioni

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di Alessandro Barcella

Al Nord è una scommessa della politica. Ma dietro l’idea di un’unica macroregione che comprenda la Lombardia, il Piemonte e il Veneto c’è ben altro: un fiume di denaro. C’è infatti una pioggia di soldi pubblici a disposizione di quelle aree sufficientemente vaste da riuscire a ottimizzare gli investimenti di Bruxelles. Finanziamenti approvati a ottobre 2011 e ripartiti per quote annuali, con un primo stanziamento di 44,67 miliardi per il 2014. Di questi oltre 10,2 miliardi di euro sarebbero destinati ad operazioni di “cooperazione transnazionale, interregionale e transfrontaliera e istituzione di regioni ultra periferiche”. Usiamo il condizionale perché, almeno l’Italia, ha dimostrato più volte di faticare a comprendere certi meccanismi delle politiche comunitarie. Un esempio? Il nostro resta il Paese che non riesce a spendere oltre il 60% dei fondi strutturali europei a disposizione, quelli generici erogati da Bruxelles per i singoli appartenenti. Fondi generici, che per lo stesso periodo dal 2014 al 2020, vorranno dire una “fetta” di oltre 55 miliardi di euro.

I primi esperimenti
Parliamo qui invece di quei progetti speciali volti a ridisegnare le cartine del continente dando vita a nuove entità territoriali: le Macroregioni. Gli obiettivi? sfruttare pienamente i punti di forza di un territorio, gestire la concentrazione incrementando innovazione e produttività, collegare meglio territori anche a livello sovranazionale e sviluppare la cooperazione. E quegli oltre 10 miliardi da Bruxelles, naturalmente. E se anche probabilmente questi soldi non sapremo o non riusciremo ad utilizzarli, è comunque iniziata una “folle corsa” ai progetti di Macroregione. Ce n’è davvero per tutti i gusti: e all’improvviso ci si scopre “fratelli”. La prima è quella della “Euroregione Alpi-Mediterraneo”, nata nel 2006 e che vede l’incontro di cinque Regioni francesi e tre italiane. Si tratta di un territorio di quasi 17 milioni di abitanti e “pesante” 470 miliardi di prodotto interno lordo.
E’ nel 2008 che si decide di puntare sulla visibilità aprendo un ufficio di rappresentanza nella stessa Bruxelles, passaggio seguito dalla costituzione di un Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale, Gect, volto a trasformare un sogno in entità giuridicamente valida.

Dalle Alpi all’Adriatico
Guarda alle Alpi anche la Macroregione Alpina, estesa area transnazionale che dalla Baviera attraverso la Francia giunge in Pianura padana. E’ il 2012 quando nel Cantone svizzero di San Gallo si sigla l’accordo tra le regioni alpine di Italia, Svizzera, Austria, Francia e Germania. L’ansia è ora per l’appuntamento del dicembre 2013, quando al Consiglio europeo arriverà il documento che dovrebbe dare forma più concreta alla strategia macroregionale alpina.
E se all’ombra delle cime alpine ci si dà da fare, certo non si dorme in riva all’Adriatico e allo Ionio.
Il progetto della Macroregione adriatico-ionica, nata nel 2010 con la “carta di Ancona”, coinvolge un gran numero di entità nazionali, Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Grecia, Slovenia e Serbia-Montenegro. Per il nostro Paese inevitabile il sì di Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Molise, Puglia, Basilicata, e ancora Calabria e Sicilia. Ma gli intenti fondamentali, quelli economici, non possono certo essere negati ed è ovvio allora ammettere che “far parte di una Macroregione costituisce una risorsa in più per le realtà aderenti: queste aree, infatti, sono considerate prioritarie nell’utilizzo di fondi comunitari contenuti in particolari programmi europei”. L’unione sembra dunque fare la forza, quanto meno al momento di presentarsi alla cassa.

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