Sprint sul Recovery Fund. Asse Roma-Berlino per isolare l’Ungheria. Visegrad vuole far saltare il tavolo. Ma Merkel e Conte corrono ai ripari

di Antonio Acerbis
Politica

Da una parte l’Unghiera di Victor Orbán, dall’altra l’Italia di Giuseppe Conte che ora cerca l’alleanza strategia con Angela Merkel. L’Italia fa quadrato con la Germania, presidente di turno dell’Ue, per scongiurare qualsiasi rischio di intoppo o ritardo nell’adozione del Recovery Fund, essenziale per la ripresa. Non è un caso che, all’indomani della proposta di Berlino per cercare di superare lo scoglio della posizione dei Paesi Visegrad sulle condizionalità legate allo stato di diritto, il ministro per le Politiche europee Enzo Amendola è volato immediatamente a Berlino. Per dare tutto il sostegno all’iniziativa tedesca che già oggi verrà presentata sul tavolo della conferenza degli ambasciatori a Bruxelles: “Una proposta di mediazione che fa un passo in avanti di fronte al rischio di un blocco delle procedure”, ha commentato ieri Amendola. “Lo sforzo del governo italiano non è teso a sollevare allarmismo, ma proviene dal fatto che vediamo dei rischi. È meglio non avere sorprese dopo”, ha spiegato il ministro parlando di “veti incrociati” e di “clima complicato”.

STALLO TOTALE. Il clima non è di quelli più sereni. Anche alla luce della richiesta, avanzata oggi dal premier ungherese Orbán, di dimissioni della vicepresidente Jourova, accusata di aver parlato di “democrazia malata” riferendosi a Budapest. Lo scoglio della condizionalità sullo stato di diritto, che riguarda soprattutto Polonia e Ungheria, è da mesi tra le preoccupazioni sull’iter del Recovery Fund: nel vertice fiume di luglio i leader europei che hanno raggiunto l’intesa, hanno sorvolato per evitare la rottura con i Visegrad.

Ma sulla questione, che dovrebbe veder chiudere i rubinetti dei fondi comunitari ai Paesi che violano i principi fondamentali, il Parlamento europeo è intenzionato a non concedere deroghe. Così come però non sembra disposto a cedere il blocco Polonia-Ungheria che la settimana scorsa ha già lanciato un segnale chiaro, bloccando un passaggio chiave per lanciare il Recovery fund che avrebbe aperto la strada alle ratifiche dei parlamenti nazionali. Sottolineando di voler prima vedere l’insieme del pacchetto.

ORA X VICINA. I tempi però ora cominciano a restringersi per tutti: il Recovery Fund per l’Italia, che sta già lavorando alla nota di aggiornamento del documento economico e finanziario, è vitale anche alla luce del dibattito interno che, per ora, vede il Mes destinato a rimanere nel cassetto dopo la reiterata opposizione del Movimento 5 Stelle. Sul piatto ci sono 209 miliardi di euro tra prestiti e risorse a fondo perduto. Una partita sulla quale il Paese non puoò fallire. “Rischiamo di finire in una strettoia che allunga i tempi del Recovery. Se la discussione continua così, con questi toni e con minacce di veto, dal mio punto di vista al di fuori della logica comunitaria, si potrebbe bloccare tutto”, ha sottolineato Amendola puntando sulla presidenza tedesca che “deve portare a casa questa mediazione”.

L’INDISCREZIONE. La proposta tedesca, secondo quanto riferito ieri sera dall’Ansa, potrebbe prevedere di annacquare un po’, almeno nella forma, le condizionalità in materia di diritti fondamentali legati alla possibilità di accedere ai fondi del budget europeo: si parlerebbe solo di ‘violazioni’ accertate e non più di ‘carenze generalizzate’ dello stato di diritto. Un tentativo di compromesso per convincere i nuovi falchi europei. Ma la strada non appare in discesa e lo start per il Recovery Plan, che tra l’altro deve ricevere l’ok anche dei Parlamenti nazionali, è sempre più alle porte.