Basta con gli stipendi da fame. “L’Italia può adeguarsi all’Europa”. Parla l’europarlamentare M5S, Daniela Rondinelli: “Il Movimento determinante nella battaglia sul salario minimo”

salario minimo Rondinelli
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Il Parlamento Ue ha approvato il mandato per negoziare con il Consiglio la direttiva sul salario minimo. Daniela Rondinelli, europarlamentare M5S, che significato ha questo voto?
“Ha una doppia valenza: sociale e politica. In primis, dobbiamo ricordare che l’approvazione di questa proposta di direttiva era stata posta come condizione per il nostro voto favorevole a Ursula von der Leyen. Oggi raccogliamo i frutti di quella scelta coraggiosa che imprime una svolta per un’Europa più equa e che ha a cuore il destino di oltre 30 milioni di lavoratori poveri. Non dimentichiamo inoltre che il salario minimo porterà benefici anche alle imprese italiane che soffrono il dumping salariale dei loro competitori dell’Est Europa e contrasterà l’odioso fenomeno delle delocalizzazioni”.

Dopo il sì di oggi cosa succede ora?
“La partita non è finita qui. Dobbiamo difendere il risultato ottenuto nella fase del trilogo con il Consiglio. Molti Stati, dagli Scandinavi a quelli dell’Est Europa, daranno battaglia ma noi ci aspettiamo che il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, difenda l’ambiziosa posizione del Parlamento europeo. Auspichiamo che l’approvazione definitiva del salario minimo avvenga nel primo semestre del 2022 sotto la presidenza francese che ha già fatto sapere che questa direttiva è nelle sue priorità”.

Quali sono i punti qualificanti della direttiva?
“Il Parlamento Ue ha migliorato di molto la proposta iniziale della Commissione. Il testo presenta elementi a dir poco rivoluzionari per il mercato del lavoro europeo e italiano. Innanzitutto, vengono definiti tre criteri per la determinazione del salario minimo, dovrà essere al di sopra del 50% del salario medio e del 60% del salario mediano lordo nazionale, ed essere al di sopra di una ‘soglia di dignità’ calcolata in base al potere d’acquisto dei salari a prezzi reali. Inoltre, il salario minimo dovrà riguardare tutti i lavoratori anche i ridere e gli stagisti e non dovrà essere dedotto con attrezzatura da lavoro, benefit aziendali, rimborsi spese o straordinari. Basta lavoratori sottopagati insomma. Infine, viene rafforzata la contrattazione collettiva, ponendo un argine invalicabile ai contratti pirata, ed è stato eliminato ogni riferimento alla produttività come principio al quale agganciare la fissazione del salario minimo”.

Il salario minimo è un vostro cavallo di battaglia storico. Il sì del Parlamento europeo premia il vostro impegno?
“Sì, nei compromessi del testo negoziale sono stati inseriti tutti i nostri 26 emendamenti, questo significa che il nostro lavoro incide ed è determinante”.

Perché in Italia finora il M5S è rimasto pressoché isolato nel sostenere la necessità di paghe dignitose?
“Tutti i partiti italiani hanno votato a favore di questo testo, ci aspettiamo adesso che anche a Roma siano coerenti con quanto espresso a Strasburgo. Oggi non vince la proposta del Movimento 5 Stelle sul salario minimo, vince l’Italia in Europa”.

Lo stesso Governo Draghi però ha tolto dall’ultima versione del Pnrr il riferimento al salario minimo.
“Salario minimo e Pnrr sono due capitoli distinti e separati. Il Pnrr sono dei fondi destinati alla ripresa e la crescita, il salario minimo invece serve per redistribuire la ricchezza”.

Eppure negli altri Paesi la discussione non è se introdurre il salario minimo ma se e di quanto alzare la soglia minima salariale. In Germania il nuovo governo intende portarlo a 12 euro l’ora.
“Attenzione, il salario minimo esiste per legge in 21 dei 27 Stati membri Ue, ma il problema è che in Europa c’è un evidente dislivello nei salari minimi, si va dai 332 euro in Bulgaria ai 2.202 in Lussemburgo. Questa disparità crea un dumping salariale che danneggia il tessuto produttivo in particolare quello italiano”.

Imprese e sindacati temono che col salario minimo vada a gambe all’aria la contrattazione collettiva. Come vincere queste obiezioni?
“L’Italia è il Paese che ha un sistema di relazioni industriali fra i più avanzati d’Europa e ha una alta copertura della contrattazione collettiva che, tuttavia, non è al passo con l’evoluzione del mercato del lavoro, come dimostrano i casi dei riders e delle nuove professioni che nasceranno con la transizione ambientale e digitale. Questa direttiva riguarderà tutti e non lascerà nessuno indietro”.