Stabilità e lavoro Letta a New York con il solito copione. Riproposto il mantra anti-elezioni. Ma sui provvedimenti solo annunci

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di Angelo Perfetti

Non per fare i disfattisti a ogni costo, ma il discorso che Letta ha pronunciato negli Stati Uniti è ancora una volta zeppo di verbi al futuro. Un approccio che va bene nel caso di prospettive di larghissimo respiro, mentre stride un po’ con l’emergenza che il Paese sta vivendo sulla propria pelle. Il premier ha recitato il suo mantra: stabilità e lavoro. Ancora una volta, però, senza specificare quali saranno le linee che permetteranno la realizzazione di questo obiettivo. Defiscalizzare il lavoro è ciò che in molti chiedono (dai sindacati agli imprenditori), ma significherebbe un minor gettito per lo Stato, già strangolato dai mancati introiti sull’Imu al punto di rimettere in discussione l’Iva. “La legge di stabilità che stiamo per presentare contiene un programma di bilancio molto importante, che prevede anche un consistente taglio delle tasse sul lavoro, che per l’Italia è un punto cruciale”, ha detto Letta. Ma diciamoci la verità: è la coperta troppo corta, che come la giri non riesce a risultare adeguata. Questo governo dovrebbe avere il coraggio di buttarla, questa coperta, ma le larghe intese glielo impediscono; in un esecutivo in cui tutti hanno parola, alla fine è complicato decidere. E alla fine la stabilità che tanto viene invocata forse sarebbe più praticabile a fronte di un’investitura popolare piuttosto che di un artificio di chimica politica.

Coalizione da laboratorio
Ne è cosciente lo stesso premier, che nel suo intervento al Council on Foreign Relations di New York, ha detto: “Non è facile gestire una grande coalizione, e questo vale anche per altri Paesi europei”. Enrico Letta non si sottrae davanti alle domande sulla situazione in Italia e torna a legare stabilità e possibilità di cogliere risultati positivi. In Italia però la situazione continua a presentarsi ricca di frizioni, con un quadro in cui si registra il nulla di fatto sul fronte del taglio ai fondi ai partiti e la raffica di richieste di chiarimento che piovono sul governo per i dossier Telecom e Alitalia.
Il presidente del Consiglio ricapitola il lavoro svolto e le sfide da cogliere per il futuro e torna a ribadire che “ovviamente, tutto dipende dalla stabilita’” sulla quale potrà fare affidamento. E’ per questo che, intanto, assicura: “Farò del mio meglio per arrivare a soluzioni positive”. Letta è tornato a dirsi “ottimista per le prospettive di crescita in Italia”: “Siamo tra i Paesi virtuosi in Europa, i grandi partner, tranne la Germania, hanno un deficit maggiore”, ha rivendicato. “Oggi il livello dei tassi d’interesse è ciò che conta. Se fossimo all’8% sarebbe un disastro, ma – ha proseguito Letta – se raggiungiamo il 4% o il 3% come spero all’inizio dell’anno prossimo, questo renderà più gestibile il nostro debito”. A livello europeo è necessario “migliorare la governance”, attraverso “un cambio di passo” in un’ottica più globale. L’Unione europea ha bisogno di aggiornare la sua governance e di agire rapidamente”, ha detto Letta, sottolineando che ci sono voluti “trenta meeting” prima che la Banca centrale europea arrivasse a dire che avrebbe fatto tutto il possibile per sostenere la congiuntura. “Non ci possono volere trenta summit, quattro anni, per prendere una decisione. E noi, con la presidenza del 2014, intendiamo impegnarci in questo senso”, ha detto ancora.

Il messaggio anti-elezioni
A leggere tra le righe di quest’ultima dichiarazione si nota un altro messaggio nemmeno tanto nascosto inviato ai litigiosi alleati di governo. Decriptiamo: con la presidente dell’Unione europea potremmo avere le chiavi in mano per riaccendere il motoreella njostra nazione. Resistere fino a quel punto, tenendo botta sui conti pubblici ed evitanto l’autodistruzione, potrebbe significare risorgere. In due parole: niente elezioni. Praticamente quello che va predicando il presidente della Repubblica Napolitano, che non perde occasione per ricordare come l’ipotesi elettorale non sia gradita al Colle, che farebbe di tutto prima di capiutolare in tal senso. Larghe intese indispensabili, dunque, ma anomale. Tanto da far dire al “saggio” Quaglieriello che “I governi di larghe intese devono rimanere delle eccezioni e non devono essere la regola della vita politica dell’Europa occidentale”. Se a questo aggiungiamo l’attacco che Renzi, segretario in pectore del Partito democratico, sta facendo al Pdl (“li asfaltiamo alle elezioni”), si capiscono gli sforzi che il premier sta facendo per resistere. Fino a quando?