Stipendi d’oro, Moretti è su un binario morto

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Sergio Patti

Ci voleva Mauro Moretti per mettere tutti d’accordo in un Paese inguaribilmente diviso tra Montecchi e Capuleti, Berluscones e anti-Berluscones, e da qualche tempo anche Renziani e anti-Renziani. Nessuno si sogni di tagliare lo stipendio stretto stretto dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, quella inezia di 850 mila euro all’anno. Perché se il taglio arriverà Moretti scenderà dal treno. E tutti noi resteremo a rimpiangerlo. Tanto che ieri bastava fare un giro su Internet per capire quanto gli italiani stanno già soffrendo.
Da Bruxelles il presidente del Consiglio ha preso la palla al balzo e si è intestato la battaglia per ridurre i compensi dei top manager delle aziende di Stato. Moretti capirà, ha detto il premier, ma in realtà sono anni che i governi si succedono promettendo di cancellare i super stipendi e poi non succede nulla. I boiardi battono Palazzo Chigi. E anche questa non è una novità. Con casi giuridicamente spericolati, proprio come quello delle Ferrovie. La legge che impone infatti il tetto dei 300 mila euro ai dirigenti pubblici, aveva lasciato fuori dal limite massimo gli amministratori delle società quotate in Borsa. Le Ferrovie però non sono quotate e dunque nella legge è stato inserito uno scaltro escamotage: sono escluse dal tetto sugli stipendi dei dirigenti anche quelle aziende che emettono titoli sui mercati regolamentati, cioè obbligazioni o altri strumenti di finanziamento. Così Moretti ha salvato fin oggi il suo stipendio da nababbo nonostante la proverbiale inefficienza dei treni italiani.

Senza pudore
“Lo Stato può fare quello che desidera: sconterà che una buona parte di manager vada via, lo deve mettere in conto”, è arrivato a minacciare il sindacalista diventato capo delle Ferrovie. E dopo aver promesso che lui lascerebbe l’incarico “senza dubbio” ha spiattellato l’importo della sua busta – 850 mila euro l’anno – mettendola a confronto con quella dell’omologo tedesco tre volte e mezzo più pesante. Ovviamente si è scordato di fare lo stesso paragone con gli Ad delle ferrovie di Paesi come la Francia, dove la retribuzione massima appena fissata da Hollande è di 450 mila euro, e si è arrampicato in un ragionamento assolutamente giusto in linea di principio. I manager bravi – ha detto Moretti – vanno dove ci sono imprese complicate e dove c’è del rischio ogni giorno da dover prendere”. Se però il risultato di questi rischi è deludente forse i manager non sono poi così bravi. Il punto è capire come valutarli. Se si guardano solo i conti, le Ferrovie italiane dopo la cura Moretti sono tornate in forte utile, tanto da tentare il governo di spingerle a comprarsi Alitalia. In realtà però nel bilancio ci sono zone ancora critiche, a partire da una mina milionaria nascosta nei contratti derivati, e le cose sono due: o la solidità finanziaria non è così forte come sembra oppure la libera repubblica di Moretti è talmente autonoma dallo Stato (che ne detiene il 100%) da poter accettare o rifiutare i dossier che passano da Palazzo Chigi.

Povero Napolitano
A giudizio dell’Ad di Ferrovie dello Stato comunque “ci sono forse dei casi da dover rivedere ma la logica secondo cui uno che gestisce un’impresa che fattura” oltre 10 miliardi di dollari l’anno, “come le Ferrovie, debba stare al di sotto del presidente della Repubblica è una cosa sbagliata. Sia negli Stati Uniti che in Germania, sia in Francia che in Italia il presidente della Repubblica prende molto meno dei manager delle imprese”. Secondo Moretti, infatti, “una cosa è stare sul mercato, altro è fare una scelta politica. Chi va a fare il ministro sa che deve rinunciare agli stipendi perché va a fare un’operazione politica: questa – ha concluso – è una sua scelta personale”. Inevitabili, dunque le reazioni anche dalla politica, con molti giudizi nel migliore dei casi sarcastici. Per il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, un bel tacer non fu mai scritto e Moretti adesso si può anche dimettere. Persino più dura l’associazione dei consumatori Codacons, che si è detta disposta a pagare il biglietto d’aereo, sola andata, se decidesse di lasciare l’Italia. Finalmente una buona notizia – è stata il commento – per gli italiani.