Stragi nei college americani e del nord Europa. Parla il sociologo Paolo Crepet che smonta i luoghi comuni: “Il disagio giovanile non c’entra nulla. Sono casi isolati”

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di Marcello Di Napoli

Gli episodi di violenza che spesso portano ad esiti fatali si ripetono con troppa frequenza. Dalla Svezia al resto dell’Europa settentrionale fino agli Stati Uniti, gli omicidi commessi da persone giovani, se non minorenni, sono ormai all’ordine del giorno. Da più di un decennio gli Stati Uniti, appunto, sono tristemente abituati alle stragi e alle sparatorie. Dal massacro all’Umpqua Community College di Roseburg, in Oregon, alla tragedia dell’Istituto Superiore Virginia Tech a Blacksburg, negli anni si sono susseguiti episodi di aggressività e follia omicida nei luoghi pubblici più differenti come scuole, centri commerciali, luoghi di lavoro e di culto. I protagonisti, sia vittime sia carnefici, sono molto spesso studenti delle superiori o ragazzi ventenni. Insomma, una tragicità quotidiana che lascerebbe pensare ad un radicato disagio giovanile. Ma per Paolo Crepet le cose stanno nel verso opposto. Secondo lo psichiatra intervistato dalla Notizia, infatti, queste stragi non sono un fenomeno sociale, perché “dietro ogni persona c’è una storia.” Per il sociologo queste tragedie non sono dovute al disagio giovanile, perchè questa è una problematica che si esprime con l’alcolismo e con la tossicodipendenza. “Questi drammi potevano capitare anche in Italia”, ha continuato il professore, il quale smonta i luoghi comuni affermando che “non si tratta di un problema di civiltà. Bensì di un problema che deriva da tante motivazioni, dal ruolo della famiglia e dal mondo del lavoro.” Insomma, il pensiero dello psichiatra è chiaro: gli episodi non sono correlati fra loro.

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