Stretta sulle scarcerazioni facili. L’Antimafia non fa sconti sul 41-bis. La proposta della Commissione parlamentare. Anche pm e tecnici nei collegi che decidono sui boss

di Nicola Scuderi
Politica

Dopo esser finito nel mirino della Corte di Strasburgo e della Consulta italiana, il 41 bis è destinato a cambiare. Ma se da un lato si deve cercare di smussare le spigolature contro le quali hanno tuonato due distinti collegi, dall’altra c’è la necessità per il nostro Paese di non smantellare uno strumento indispensabile nella lotta alle organizzazioni criminali come spiegato dal presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra, secondo cui bisogna “intervenire celermente attraverso strumenti normativi per impedire lo smantellamento dello strumento in questione che a nostro avviso è causato da una disconoscenza del fenomeno mafioso”. Per questo la commissione ieri ha ufficializzato due ipotesi di riforma e l’istituzione di linee guida per fornire criteri certi ai magistrati di sorveglianza chiamati a decidere sulle istanze di permesso premio presentate dai condannati, soprattutto quelli accusati di reati associativi, delitti mafiosi criminalità organizzata e terrorismo.

VALUTAZIONI CONDIVISE. La relazione, approvata il 20 maggio scorso con l’astensione dei principali gruppi di minoranza, è stata presentata ieri dal presidente grillino, dal senatore Pietro Grasso e della deputata Stefania Ascari, membri della Commissione e relatori, nel corso di un’apposita conferenza stampa. “Tenuto conto di quanto emerso dal ciclo di audizioni sul tema” e “dal dibattito emerso in Commissione a seguito della pronuncia delle sentenze della Cedu e della Corte Costituzionale, secondo la Commissione sono possibili “due ipotesi di riforma”. Nella prima ipotesi “la competenza a decidere sui reclami avverso i provvedimenti emessi dal tribunale di Roma in materia di permessi premio potrebbe essere affidata ad un organo di seconda istanza, quale una sezione della Corte d’appello di Roma” la quale deve essere “integrata dalla presenza di esperti, ovvero allo stesso tribunale di sorveglianza di Roma in composizione diversa rispetto al collegio che ha emesso il provvedimento impugnato. Potrebbe in alternativa escludersi il reclamo e prevedersi esclusivamente il ricorso in Cassazione per saltum”.

In questo caso, spiega la Commissione, la concentrazione della competenza in un unico tribunale a competenza nazionale ovvierebbe al rischio di una giurisprudenza a macchia di leopardo e cioè che casi analoghi abbiano esiti diversi. La seconda ipotesi di riforma, invece, punta al cosiddetto doppio binario perché “andrebbe attribuita al tribunale di sorveglianza territoriale la competenza per le istanze di permesso premio presentate dai condannati e dagli internati per reati associativi, per delitti mafiosi e di criminalità organizzata, eversiva o terroristica e per traffico di stupefacenti”. Una soluzione che risponderebbe all’esigenza di una più articolata valutazione dei casi assicurata da un giudizio collegiale e rafforzata dalla presenza dei componenti esperti non togati e delle relative professionalità, nonché dalla partecipazione all’udienza della pubblica accusa”.

Quanto al reclamo, “la competenza potrebbe essere affidata ad una sezione territoriale della Corte d’appello integrata dalla presenza di esperti ovvero al Tribunale di Sorveglianza di Roma. Potrebbe in alternativa escludersi il reclamo e prevedersi esclusivamente il ricorso in Cassazione per saltum”. In entrambi i casi, spiega Morra, “l’obiettivo è quello di contemperare le esigenze di tutela della sicurezza collettiva con il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti, anche di quelli condannati per mafia”.