Studiare lingua e stile di vita. L’integrazione parte da qui. Riparte alla Camera l’iter dello Ius culturae. Cittadinanza solo a chi impara regole e italiano

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Per la Sinistra è una promessa mancata, per la Destra un nuovo passo verso l’islamizzazione dell’Occidente. Quando si parla di Ius soli, cioè il diritto di cittadinanza di chi nasce in un Paese, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, la politica italiana deflagra. Meglio allora procedere per gradi, e cominciare con l’introduzione dello Ius culturae, cioè il riconoscimento della cittadinanza solo alla fine di un percorso di apprendimento della lingua, delle regole e dello stile di vita dello Stato di cui si entra a tutti effetti a far parte. Un orizzonte che torna a vedersi in Parlamento, dove la Commissione Affari costituzionali della Camera ha ripreso l’esame della legge sullo Ius culturae.

Un’accelerazione annunciata ieri dal presidente della stessa Commissione, Giuseppe Brescia (M5S, nella foto), che sarà anche relatore alla riforma. Tra i testi di partenza c’è la proposta presentata da Laura Boldrini, e che come prevedibile ha fatto scattare sulle barricate Lega e Fratelli d’Italia, contrarissimi a qualunque apertura su questa materia. E dire che tra i testi presentati (ne è atteso anche uno dei Cinque Stelle) c’è una proposta della deputata Renata Polverini, di Forza Italia. Lo Ius culturae, al di la della propaganda politica, andrebbe infatti a sanare la posizione di moltissimi figli di stranieri residenti in Italia, quasi sempre studenti di normali corsi scolastici nei nostri istituti e però privati degli stessi diritti dei compagni di banco italiani.

“Siamo ancora all’inizio – ha detto Brescia – ma credo si possa lavorare per introdurre lo ius culturae, legando la cittadinanza alla positiva conclusione di un ciclo di studi, e non alla sola frequenza. Serve una discussione che metta all’angolo propaganda e falsi miti, guardi in faccia la realtà e dia un segnale positivo a chi si vuole integrare”.
La proposta di legge segue a stretto giro la spallata del dem Matteo Orfini proprio sullo Ius soli, norma sulla quale il Pd si era solennemente impegnato nella scorsa legislatura, ma che poi mollò per non rischiare di mandare sotto il Governo Gentiloni.

Ora c’è la possibilità di onorare quella promessa, anche se il percorso parlamentare sarà certamente accidentato alle Camere e ancor di più nel Paese, dove la Destra alzerà ogni genere di barricate. “Non abbiamo molto scuse. Se tutti crediamo in quel che abbiamo dichiarato in questi anni lo ius soli si può fare”, ha detto Orfini ricordando la serie di impegni presi nel tempo da Renzi a Delrio e Zingaretti. “Se per tagliare i parlamentari ci vogliono solo 2 ore, come dice spesso Di Maio, per fare lo Ius soli ci vogliono solo pochi giorni. Pochi giorni – ha proseguito – per restituire un diritto negato a tante persone. Prudente la reazione del presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, cardinale Gualtiero Bassetti. “L’atteggiamento politico verso i migranti sta cambiando ma voglio essere prudente. Le premesse sono buone, un cambio di passo c’è stato ma non firmo carte in bianco”, ha detto, riconoscendo che lo Ius culturae è da promuovere perché “l’integrazione, senza il riconoscimento da un punto di vista normativo, sarebbe un contenitore vuoto”.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

La politica che ama il Medioevo

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