Concorso boomerang alla Camera

di Vittorio Pezzuto
Inchieste

di Vittorio Pezzuto

La presidente Boldrini dovrà rassegnarsi: ambiva a salire sul podio della politica trasparente e immune dal cancro delle raccomandazioni, le tocca invece accomodarsi sul banco degli imputati. L’inedita procedura pubblica di scelta di un nuovo responsabile della comunicazione della Camera si sta infatti trasformando nel più classico dei boomerang. Tanto rumoroso e imbarazzante quanto facilmente prevedibile. Perché un mese fa era bastato leggere l’avviso sulla home del sito di Montecitorio per comprendere la totale opacità del processo di selezione dei candidati. L’unico requisito richiesto per ambire a questo contratto di collaborazione a tempo determinato (di durata biennale e rinnovabile, per un importo annuo lordo peraltro non indicato) era quello di essere un giornalista professionista in possesso di «comprovata esperienza nel settore della comunicazione e di una conoscenza specifica dei new media e dei social media». Un concetto vago che agli occhi smaliziati degli interessati era subito apparso come una maldestra pecetta posta su scelte inconfessate. In Transatlantico i cronisti avevano così iniziato a darsi di gomito: «Nascondono sotto l’ascella il nome del prescelto ma preferiscono buttar fumo, pretendendo pure di passare per ammirevoli innovatori», «Sì, figurati! Proprio qui dentro, dov’è stata lottizzata anche l’aria dei condizionatori» e via ironizzando su una procedura dagli indubbi tratti carbonari. Nelle settimane successive il sito della Camera ha infatti taciuto con ostinazione sui tempi e modalità di lavoro adottati dal comitato per la Comunicazione presieduto dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti. E coloro (compreso chi scrive) che avevano trasmesso il proprio curriculum all’indirizzo mail indicato (a Montecitorio ignorano tuttora l’esistenza della Pec) non hanno nemmeno ricevuto un messaggio di avvenuto recapito. Come un fiume carsico, la questione è tornata alla ribalta l’altro giorno quando la Velina Rossa scritta quotidianamente da Pasqualino Laurito ha dato per certa la nomina di Anna Masera, caporedattrice de La Stampa e infaticabile twittatrice. Non sapremmo dire se si sia trattato di un escamotage per bruciare il suo nome sul filo di lana. Sta di fatto che a quel punto sono improvvisamente trapelati i nomi degli altri sei finalisti: Primo Di Nicola (l’Espresso), Manuela Falcone (caporedattrice del Tg3 a Milano), Marco Nebiolo, (redattore di Narcomafie), Tonino Satta (vicedirettore di Milano Finanza), Sergio Sergi (ex Unità ed ex ufficio stampa del Pse) e Giovanni Tortorolo (caporedattore politico di AdnKronos).

Reazione stizzita
Preso in contropiede, lo stesso Roberto Giachetti ha stilato ieri un comunicato in cui rispediva al mittente la superficialità degli articoli pubblicati («Purtroppo ogni mondo è paese») e rivendicava l’inattaccabile buonafede di tutta l’operazione. Ma soprattutto era costretto a rivelare finalmente alcuni dati parziali che in precedenza nessuno aveva pensato di rendere pubblici. Abbiamo così scoperto che il Comitato – «composto da venti deputati rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari» (chi sono e sulla base di quali competenze sono in grado di valutare la professionalità dei candidati?) – ha progressivamente scremato i 477 curricula pervenuti (non sarebbe stato il caso di pubblicarli tutti in un’apposita sezione del sito?), arrivando a selezionare 31 candidati «sulla base dei criteri stabiliti» (quali?) per poi definire una rosa ristretta di 7 nominativi «per i quali abbiamo stilato una graduatoria sulla base delle indicazioni incrociate tra tutti i membri del Comitato (tre candidati con 5 indicazioni, uno con 4 indicazioni, tre con 3 indicazioni)». Il compianto Cencelli non avrebbe saputo scrivere meglio.

Complimenti mancati
Dopo aver annunciato che i magnifici sette verranno presto ascoltati in singole audizioni, Giachetti ha aggiunto che «tutto questo è stato fatto sempre all’unanimità dei componenti del Comitato ed è dunque falso che vi sia stata qualunque spaccatura» (l’intesa politica è insomma salva, speriamo non a discapito della qualità della selezione) e che «sarebbe bastato che prima di diffondere e scrivere falsità ci fosse stata l’esigenza di informarsi da chi direttamente ha gestito il percorso». Capito? Non era la Camera dei deputati a dover informare passo dopo passo su quanto stava decidendo, sono invece i giornalisti che non sanno fare il loro mestiere. Ieri abbiamo cercato tutto il giorno Giachetti al telefono, senza successo. Peccato. Ci saremmo voluti complimentare con lui per aver dimostrato come la struttura di Montecitorio abbia in effetti un gran bisogno di un esperto di comunicazione.