La tassa sui pacchi doveva essere il vessillo della “sovranità economica”: colpire l’e-commerce cinese, riequilibrare la concorrenza, incassare risorse per lo Stato. A poche settimane dall’entrata in vigore è diventata l’ennesima prova di un sovranismo che promette controllo e produce solo caos. I pacchi continuano ad arrivare, i soldi promessi restano immaginari, il sistema logistico italiano paga il prezzo. Un disastro annunciato, l’ennesimo.
Un’imposta nazionale contro un mercato che non esiste più
Dal primo gennaio 2026 l’Italia applica un contributo fisso di due euro su ogni spedizione sotto i 150 euro proveniente da Paesi extra-Ue, con un bersaglio esplicito: le piattaforme cinesi. Il governo l’ha presentata come atto di forza, una correzione “italiana” a un problema europeo. In realtà è stata una mossa solitaria in un mercato unico privo di frontiere doganali interne. Bruxelles ha già calendarizzato una riforma comune da luglio 2026; Roma ha scelto di anticiparla da sola, regalando agli operatori globali sei mesi di arbitraggio perfetto.
Il risultato era facilmente prevedibile e ampiamente previsto: le grandi piattaforme non hanno ridotto vendite o spedizioni ma hanno semplicemente spostato i punti di ingresso. I pacchi entrano in Europa da altri scali, vengono sdoganati lì e poi circolano liberamente fino ai destinatari italiani. Facendo così non c’è nessuna violazione, nessuna furbizia: è semplice utilizzo delle regole del mercato unico che il governo dice di difendere a parole e ignora nei fatti.
Malpensa come danno collaterale
Il primo effetto concreto è stato la desertificazione dell’hub cargo di Milano Malpensa. Oltre trenta voli merci cancellati in poche settimane, spedizioni leggere in calo di circa il 40 per cento. Gli italiani comprano come prima ma lo Stato ha deciso di rendere il proprio territorio meno competitivo dei vicini. Un capolavoro di autolesionismo economico: meno traffico, meno lavoro e quindi meno indotto. In compenso ci sono più camion sulle autostrade e più emissioni lungo i valichi alpini.
La promessa di gettito, sbandierata in legge di Bilancio, è già dissolta. I due euro a pacco non entrano perché i pacchi non entrano più da qui. Il sovranismo fiscale si è fermato alla dogana, superato da algoritmi logistici che leggono le norme meglio dei ministri che le firmano.
Il sovranismo che perde il controllo
Quindi ancora una volta una misura nata per “difendere l’Italia” finisce per penalizzare infrastrutture italiane e favorire hub esteri. Una tassa pensata per colpire i colossi globali colpisce lavoratori e filiere nazionali. È la fotografia di un governo che confonde la bandiera con la realtà: alza muri dove non servono e scopre di avere le porte spalancate altrove.
Non a caso ora si corre ai ripari. L’emendamento al Milleproroghe proposto da Forza Italia chiede di rinviare tutto a luglio, quando l’Europa introdurrà un dazio uniforme. Tradotto: sospendere l’atto di forza per evitare altri danni. La copertura finanziaria riguarda risorse già fantasma, perché il gettito promesso non si è mai materializzato.
Questa tassa racconta più di una cattiva scelta tecnica. Racconta un metodo: il sovranismo declamato come soluzione diventa, alla prova dei fatti, un moltiplicatore di problemi. Si agisce in solitaria, si ignora il contesto europeo e infine scopre (troppo tardi) che il mercato non obbedisce agli slogan. E mentre i pacchi trovano altre strade, all’Italia restano i danni e l’ennesima retromarcia mascherata da correzione tecnica.