Tfr in busta, chi dice no rifletta bene

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di Gaetano Pedullà

Toglietemi tutto ma non il Tfr. Per una volta imprese e lavoratori sembrano parlare la stessa lingua. E hanno in una certa misura ragione, perché mettere il trattamento di fine rapporto in busta paga significa privare le aziende di una fonte di autofinanziamento a basso costo, mentre i lavoratori sanno bene che una volta presi i soldi difficilmente riusciranno a non spenderli, trovandosi così a fine carriera senza quel tesoretto con cui affrontare più sereni l’autunno della vita. L’idea di anticipare un po’ di risorse per sostenere i consumi non è però in senso assoluto sbagliata. Chi non vorrebbe avere in tasca un centinaio di euro in più? Il problema è dunque come aiutare imprese e lavoratori ad affrontare una simile rivoluzione. E qui, piuttosto che gettare subito la spugna, il governo potrebbe fare molto, o provarci almeno, approfittandone per chiamare le banche e costruire un percorso che le costringa ad erogare più credito alle aziende. Un patto che può funzionare anche con i fondi della previdenza integrativa, magari con sgravi fiscali che premino quei lavoratori disposti a non intaccare il loro gruzzoletto. Cambiare è difficile, ma può essere anche un’opportunità.