Toghe in politica, altra fumata nera. Le nuove regole al palo dopo anni di melina: così le porte restano girevoli

di Giorgio Velardi
Politica

Non c’è niente da fare: di mettere mano alla legge che pone dei limiti alla candidabilità di giudici e pm e fissa dei paletti per il loro ritorno in organico il Parlamento non ha proprio nessuna voglia. Eppure stavolta, dopo quasi due decenni di tentativi andati a vuoto (il primo è del 2001), l’obiettivo sembrava alla portata. Il ddl, primo firmatario l’ex ministro della Giustizia del Governo Berlusconi e magistrato, Francesco Nitto Palma (Forza Italia), “balla” infatti tra Camera e Senato da tre anni e mezzo: la prima approvazione, quasi all’unanimità, risale a marzo 2014, la seconda a marzo di quest’anno. Le modifiche al testo apportate proprio a Montecitorio, che per lo stesso Nitto Palma – e non solo – l’hanno “anacquato” al punto da renderlo un pannicello caldo, obbligano perciò a un ulteriore passaggio a Palazzo Madama. Sì, ma quando? Vai a saperlo. Fra manovra, biotestamento, Ius soli e vitalizi (sugli ultimi due per la verità le speranze sono fioche) c’è già il tutto esaurito.

Stop & Go – Così com’è adesso il testo prevede, fra le altre cose, che il magistrato che si presenta alle elezioni non potrà candidarsi nella circoscrizione elettorale dove ha svolto le funzioni nei 5 anni precedenti e dovrà essere in aspettativa da almeno 6 mesi. Nessun divieto invece se si è dimesso o è in pensione da almeno due anni. E ancora: la carica elettiva o l’incarico di governo, a qualunque livello, obbliga all’aspettativa (con collocamento fuori ruolo). Senza dimenticare poi “la norma transitoria che regola il rientro in magistratura delle toghe attualmente in politica. Nella mia versione il ddl prevedeva la possibilità di rientrare nell’Avvocatura dello Stato, in Consiglio di Stato in quota politica, nella dirigenza amministrativa, oppure il ritorno alle stesse funzioni in un territorio diverso”, ricorda proprio Nitto Palma contattato da La Notizia. Poi però “questa disposizione transitoria è stata cambiata, e ora i magistrati che escono dalla politica possono andare alla Procura generale della Cassazione, alla Corte di Cassazione o alla Procura nazionale antimafia”, così “si crea una corsia preferenziale per i magistrati che attualmente fanno politica”, argomenta l’ex ministro. Che è quindi costretto ad ammettere: “Non c’è più tempo per votare il ddl, anche perché così com’è uscito dalla Camera a marzo è insoddisfacente. Andrebbe riscritto e poi rispedito nuovamente a Montecitorio: impossibile visto che la legislatura è agli sgoccioli”.

Il paradosso – Il vero paradosso di tutta la vicenda, sottolinea ancora Nitto Palma, è che “sono proprio i magistrati i primi a volere questa legge”, tanto che il Csm ha già chiesto limiti più severi per il rientro di chi si candida. Senza dimenticare le raccomandazioni del Greco, l’organo anticorruzione del Consiglio d’Europa, arrivate a gennaio: “L’Italia limiti i giudici in politica”, è il senso. Tutto inutile. Se ne riparlerà nella prossima legislatura. Forse.

Twitter: @GiorgioVelardi