Tra rivincite e interessi, da Calenda a Orlando e da Visco a Monti. La carica del partito del non voto

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Matteo Renzi non ha ancora scomodato due delle parole a lui più care, “gufi” e “frenatori”, per bollare quelli che si oppongono alla sua frenesia di tornare alle urne già in autunno. Vero è però che la pattuglia, o forse sarebbe meglio dire il partito del non voto ingrossa quotidianamente le fila. E ieri, ultimo caso in ordine di tempo, ha arruolato un altro pezzo da novanta come il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Chiariamoci: il numero uno di Palazzo Koch non ha preso apertamente posizione nel dibattito pro o contro le elezioni d’autunno. Ma il quadro disegnato durante le considerazioni finali alla relazione annuale (no a politiche di corto raggio, il succo del suo discorso) lascia presagire che visto il clima di incertezza economica che aleggia perennemente sull’Italia Visco non sia troppo favorevole a giochi d’azzardo con lo spettro delle larghe intese Pd-Forza Italia. Ventiquattr’ore prima, sulla stessa lunghezza d’onda, si era espresso anche il ministero dell’Economia Pier Carlo Padoan, di cui qualcuno – malignamente – ha ricordato la vicinanza dalemiana. Cosa ha detto di preciso il numero uno di Via Venti Settembre? Che “sotto ciclo elettorale, in Italia ma anche negli altri Paesi, è molto difficile fare dei cambiamenti”. Un messaggio difficilmente equivocabile. Nel Governo-fotocopia di Paolo Gentiloni (che ha chiarito di voler “mantenere i suoi impegni”…), la schiera di ministri schierati contro il voto è considerevole.

Sulle barricate – C’è Angelino Alfano che, complice una legge elettorale con la soglia di sbarramento al 5% che rischia di veder sparire Ap dalle Aule, spera che si torni alle urne il più tardi possibile, paventando “un conto salato che si rischia di fare pagare all’economia italiana per l’impazienza di rientrare a Palazzo Chigi”. C’è Andrea Orlando, che ha già sguinzagliato 31 suoi senatori contrari al proporzionale e a elezioni anticipate che sarebbero “un salto nel buio”. C’è, soprattutto, Carlo Calenda. Il quale, pur ripetendo di non avere aspirazioni di carriera, nel discorso pronunciato la settimana scorsa all’assemblea di Confindustria ha messo a verbale che “alle elezioni bisogna arrivare nei tempi giusti, evitando l’esercizio provvisorio, dopo aver completato la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e con una legge elettorale che dia la ragionevole probabilità della formazione di un Governo riducendo la frammentazione”.

Senza ragione – A vario titolo, nel partito del non voto sono iscritti anche Enrico LettaMario Monti e Repubblica. Martedì l’ex premier, sfrattato da Palazzo Chigi al grido di “Enrico stai sereno”, ha detto al Corriere che “precipitarsi al voto sarebbe sbagliato e incomprensibile”, e poi “per interrompere la legislatura serve una spiegazione, non si può dare l’idea che si cerca una rivincita del 4 dicembre”. “Non vedo una sola ragione valida per ricorrere alle elezioni anticipate, in una situazione come quella italiana”, ha invece scandito Monti ieri a Repubblica. Giornale che, in più di un’editoriale del direttore Mario Calabresi (l’ultimo proprio ieri) si è detto contrario al voto subito. Su tutti, però, aleggia lo spettro del Quirinale. Sergio Mattarella è stato chiaro: senza la legge elettorale si resta così. Renzi è avvisato.

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di Gaetano Pedullà

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