Solito copione, solite balle, solito alibi: il Superbonus. Nel premier time al Senato, Giorgia Meloni ha rifilato al Parlamento e agli italiani la consueta litania di slogan, numeri scelti per convenienza e responsabilità scaricate sugli altri. Un repertorio prevedibile, utile alla propaganda ma lontano dal Paese reale, dove salari, bollette e spesa pesano ogni giorno. Emblematica la risposta al senatore Stefano Patuanelli del M5S. Meloni ha rivendicato di non aver fatto austerità, di aver aumentato salari, tagliato tasse, sostenuto occupazione e investimenti. Tutto il contrario di quel che certificano i dati sulle paghe da fame e il record della pressione fiscale. Poi è tornata al solito scaricabarile: l’Italia avrebbe potuto uscire dalla procedura d’infrazione se non avesse dovuto fare i conti con il Superbonus e con “centinaia di miliardi di euro bruciati”.
La balla del Superbonus
Meloni prova così a trasformare il Superbonus nel buco nero di ogni fallimento. Ma Patuanelli smonta la narrazione: dei circa 170 miliardi di costo complessivo, ha ricordato, ben 154 miliardi sono stati maturati e pagati durante gli anni del governo Meloni. Non solo: l’ultima proroga per le villette unifamiliari è stata approvata nel 2023 dallo stesso esecutivo. Insomma, è singolare usare come alibi una misura che il governo ha gestito e prorogato.
Il punto debole dei salari
Il punto più debole della propaganda meloniana resta quello dei salari, però. Secondo l’Istat, nel 2025 non è stata recuperata l’ampia perdita di potere d’acquisto del biennio 2022-2023: le retribuzioni contrattuali reali sono ancora inferiori di circa l’8% rispetto al 2021. Nel frattempo il fiscal drag ha eroso i redditi degli italiani per oltre 25 miliardi di euro, solo in parte restituiti. Meloni risponde chiamando in causa chi governava prima di lei. Ricorda che la perdita dei salari reali si è accumulata soprattutto tra il 2021 e il 2022, quando l’inflazione è esplosa. Vero. Ma dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, continuare a dire “è colpa di chi c’era prima” non è più una difesa: è la confessione di non essere riusciti a invertire la rotta. Il divario resta nelle buste paga e nei conti delle famiglie.
Il nodo delle tasse
Capitolo tasse. “Questo governo non ha aumentato le tasse, questo governo ha diminuito le tasse”, rivendica la presidente del Consiglio. E quando le opposizioni ricordano che la pressione fiscale è a livelli record, la premier tira fuori l’ennesima acrobazia: sarebbe aumentata perché cresce l’occupazione e perché funziona la lotta all’evasione. Peccato che la spiegazione non regga. Come hanno osservato Massimo Bordignon e Leonzio Rizzo su lavoce.info, la pressione fiscale è un rapporto tra entrate e Pil: se aumentano i redditi da lavoro, aumenta anche il denominatore. Se il rapporto cresce, vuol dire che quei redditi vengono tassati più degli altri. È qui la contraddizione: il governo celebra l’occupazione, ma il Paese resta fermo, i salari arrancano e il fisco pesa su chi lavora.
Meloni ammette almeno un pezzo della verità: “Qualche tassa l’abbiamo aumentata anche noi, su banche, assicurazioni e società energetiche”. Poi assicura che quelle risorse sono servite ad aiutare i ceti deboli. Ma nel suo racconto non c’è spazio per i lavoratori poveri, per le famiglie che tagliano sulla spesa, per pensionati e imprese schiacciati dai costi. C’è invece spazio per l’aneddoto del supermercato, dove la premier racconta di aver misurato “l’affetto della gente”.
Strategia fallimentare
“Noi intendiamo continuare la strategia messa in campo: rafforzare salari e potere d’acquisto, incentivare le aziende che assumono e investono, sostenere famiglie e natalità”, dice Meloni. Peccato che la realtà dica altro: inverno demografico, imprese in affanno e salari ancora troppo bassi. L’unico vero annuncio arriva sul nucleare: “Entro l’estate sarà adottata la legge delega, saranno adottati i decreti attuativi e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia”. Mentre mette le mani avanti. “Le tensioni geopolitiche incideranno sulla crescita”, dice. Ma dimentica di dire che sono quattro anni di crescita asfittica. Ci manca solo la recessione.