“Il dado è tratto” o quasi. Sebbene gli Stati Uniti continuino a ripetere di volere un accordo sul nucleare con l’Iran, tutto lascia pensare che il tempo della diplomazia sia già finito e che a breve ci sarà un attacco che, questa volta, anziché prendere di mira le strutture del programma atomico di Teheran, sembra destinato a smantellare definitivamente il regime islamico della Guida Suprema Ali Khamenei.
Che la guerra sia un’opzione sul tavolo lo riportano con decisione tutti i media statunitensi, citando dichiarazioni di funzionari della Casa Bianca che descrivono un Donald Trump sempre più determinato a regolare i conti con quello che, ormai da tempo, definisce il primo nemico che impedisce la pace in Medio Oriente.
Trump vuole regolare i conti con Khamenei
Secondo quanto riporta la rete Cbs News, il Pentagono avrebbe già comunicato al tycoon che “l’esercito è pronto” per condurre una “campagna su larga scala” contro la Repubblica islamica dell’Iran e avrebbe presentato un ampio ventaglio di possibilità su come, quando e dove colpire, al fine di “massimizzare i danni” al regime iraniano. Al momento, prosegue l’emittente, Trump non avrebbe ancora dato il suo via libera, ma potrebbe farlo già all’inizio della prossima settimana. Quel che è certo è che il personale americano non necessario è stato già trasferito fuori dalla regione mediorientale, per metterlo al riparo da eventuali rappresaglie, e questo, più di ogni altra cosa, appare come un chiaro segnale di una situazione in rapida evoluzione.
Se Cbs News ritiene che per un eventuale attacco bisognerà attendere la prossima settimana, ben diverso è il pronostico del New York Times, secondo cui l’esercito americano è già “in posizione” per colpire e potrebbe farlo a partire da sabato. Stessa linea anche per il Wall Street Journal, secondo il quale l’attacco è ormai pressoché scontato e avverrà questo fine settimana con il preciso scopo di decapitare il regime di Khamenei. Una sicurezza, quella del prestigioso quotidiano, motivata dall’ingente rafforzamento della potenza aerea statunitense in Medio Oriente che, dati alla mano, risulta il più imponente dall’invasione del 2003 che diede inizio alla guerra in Iraq.
La grande “armada” è pronta a colpire
Quell’invasione, che aprì un conflitto durato oltre otto anni, iniziò con la cosiddetta campagna di bombardamenti “shock and awe”, ossia “colpisci e terrorizza”, che potrebbe essere replicata anche contro l’Iran. Al momento, sempre secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti hanno già inviato diverse decine di aerei nella regione, oltre a due portaerei e ai relativi gruppi di navi da guerra a loro difesa. Una gigantesca “armada”, come l’ha definita lo stesso Trump, che per il quotidiano non può che indicare che la guerra ci sarà, con l’unica incognita legata al “quando”.
Ma non è tutto. Il Wsj sottolinea anche come questo imponente schieramento di forze lasci intravedere una campagna molto più lunga rispetto all’attacco statunitense contro gli impianti nucleari iraniani avvenuto durante la guerra Israele-Iran dello scorso giugno, la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, condotta soprattutto attraverso l’impiego dei bombardieri pesanti B-2.
L’Iran chiede di proseguire i negoziati ma intanto l’esercito è in stato di massima allerta
È difficile credere che un simile dispiegamento di forze armate possa rappresentare soltanto un’arma di pressione contro l’Iran. Ne sono convinti sia gli analisti militari sia i più alti esponenti del regime iraniano che, infatti, da un lato cercano di calmare le acque rinnovando la disponibilità a trattare un accordo sul nucleare con gli Usa, mentre dall’altro minacciano rappresaglie contro le forze statunitensi e quelle israeliane che, come emerso nei giorni scorsi, sono state preavvisate da Benjamin Netanyahu affinché siano pronte a partecipare ai raid americani. Quel che è certo è che l’Iran è con le spalle al muro, poiché non vuole rinunciare né al programma nucleare, seppur limitato a scopi civili, né al proprio programma missilistico. Peccato che proprio queste rappresentino le condizioni “sine qua non” poste dagli Usa per raggiungere un’intesa.
A ribadirlo è il direttore dell’Organizzazione per l’energia atomica, Mohammad Eslami, secondo cui “nessuno può privare l’Iran del diritto di beneficiare pacificamente del nucleare civile. La base dell’industria nucleare è l’arricchimento e noi non vi rinunceremo”. Ancora più indicative le parole di Khamenei che, secondo fonti di intelligence già trinceratosi in un bunker, ha esortato le forze armate iraniane a resistere in caso di attacco e, soprattutto, a contrattaccare colpendo obiettivi occidentali in tutta l’area.
A rafforzare la convinzione che l’attacco americano sia imminente arrivano infine anche le indiscrezioni di Ynet, secondo cui “l’Iran starebbe esercitando forti pressioni su Hezbollah affinché si unisca alla lotta qualora gli Stati Uniti lanciassero un’offensiva contro la Repubblica islamica”, con l’obiettivo di aprire un secondo fronte in Libano ed evitare che tutta la potenza di fuoco si concentri esclusivamente sull’Iran. Un appello che, anche se accolto, difficilmente potrà bastare a fermare l’ira di Trump.