Tutti a negare l’evidenza, ma sull’inchiesta Consip le Procure sono in rotta. E il Csm fa da spettatore

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Ma tu guarda! Uno pronuncia la parola Giustizia e subito vengono in mente concetti come verità, correttezza, lealtà. E d’altra parte, che Giustizia può basarsi sulla menzogna? Poi si leggono i giornali e proprio chi amministra la nostra Giustizia ci dice in ogni modo che sulla delicatissima inchiesta Consip non c’è nessuna guerra tra Procure. Napoli, che invia a Roma una trascrizione delle intercettazioni telefoniche palesemente non rispondente al vero, viene “scoperta” dai magistrati della Capitale che si fidano così tanto da riascoltare le registrazioni, escludere dall’indagine i carabinieri del Noe utilizzati in più occasioni dal pm partenopeo Woodcock e riaprire il caso dalle fondamenta, ordinando una nuova perquisizione nella centrale unica per gli acquisti. Ora è troppo presto per capire se tutto l’impianto accusatorio che parte dall’imprenditore Alfredo Romeo e tocca il papà dell’ex premier Renzi, il ministro Lotti, il comandante generale dell’Arma Delsette e altri, cederà di schianto o uscirà addirittura rafforzato, come sembra tifare apertamente il partito delle manette con il suo house organ, Il Fatto Quotidiano.

Quello che senza avventurarci in interpretazioni ardite appare chiaro come il sole è che la guerra tra le Procure, o comunque una diffidenza a questo punto doverosa, c’è eccome! Una situazione che organi come il Consiglio Superiore della Magistratura non possono più far finta di non vedere. Lasciare che le cose vadano avanti come se nulla fosse non solo accentuerà inevitabilmente la frattura, ma farà perdere credibilità alla Giustizia. Mettendo in circolo corbellerie clamorose come quella attribuita dal quotidiano La Repubblica al pubblico ministero Woodcock.

Domande assurde – In un virgolettato – e quindi attribuendo le frasi proprio al titolare dell’inchiesta a Napoli (insieme alla collega Celeste Carrano) – il magistrato si pone una serie di domande che appaiono semplicemente assurde. “Mi chiedo – dice il pm – ma cui prodest? Perché il capitano (Giampaolo Scafarto, l’autore della trascrizione manipolata, ndr) avrebbe dovuto fare questo? Perché avrebbe dovuto mettere in atto una pianificazione eversiva contro Renzi? A me pare davvero una cosa da pazzi”. E parlando di un possibile progetto eversivo, sempre lo stesso magistrato afferma: “Insisto, solo un pazzo può pensarlo”, arrivando a escludere che dietro possa esserci una vendetta postuma dell’ex vice comandante del Noe, Sergio De Caprio, noto come il Capitano Ultimo (l’ufficiale che catturò Riina), rimosso dopo l’uscita di un’intercettazione del Noe tra Renzi e il generale della Guardia di Finanza, Adinolfi. Il motivo di tanta sicurezza? Sempre secondo i virgolettati di Repubblica che non pare siano stati smentiti, Scafarto non ha mai lavorato a Palermo con De Caprio, e non fa parte della sua squadra storica. E poi adesso De Caprio lavora nei Servizi, quindi è un dipendente della Presidenza del Consiglio.

Si rischia il ridicolo – Chi potrebbe volere un complotto contro Renzi, è insomma la domanda di Woodcock che lascia esterefatti perché non bisogna essere abili investigatori come lui per immaginare in un minuto almeno cento nemici dell’ex capo del Governo. Quindi non c’è al momento nessuna prova che le cose siano andate così, ma la teoria del complotto, della creazione di false prove o dell’inquinamento della documentazione acquisita, di una manovra pilotata anche dall’interno dei Servizi segreti, ci sta tutta. Siamo dunque di fronte a un’inchiesta dove i veleni possono spuntare da tutte le parti e la massima garanzia di fronte a una tale ipotesi non può che stare nella trasparenza del lavoro svolto da magistrati e inquirenti. Un obiettivo che alla luce di quanto visto fino adesso potrebbe indurre anche a scelte radicali, come l’assegnazione di tutta l’inchiesta ad altri pm non toccati da errori (anche involontari) e sospetti.