L’ultima balla sul partito del premier. Che non c’è. Insinuare che Conte lavori a un suo movimento (sempre smentito) di fatto frena la tenuta del Governo

BRUNO VESPA
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In Peter Pan, capolavoro di James Barrie, si parla dell’“isola che non c’è” e ieri un sondaggio realizzato per Porta a Porta da Noto Sondaggi lancia il “Partito che non c’è” guidato da Giuseppe Conte, che viene dato al 12%. E poiché i voti proverrebbero tutti dal Pd è chiaro che si tratta di una maldestra manovra per seminare zizzania nella compagine governativa. Ipotesi del resto suffragata dal fatto che la polpetta avvelenata è stata prontamente rilanciata da una parte della stampa di destra. Il tentativo destabilizzante è volto a provocare frizioni tra i Cinque Stelle e il Partito democratico e serve solo a rendere più ardua la ricostruzione di una maggioranza a cui sta lavorando un ex democristiano di peso come Dario Franceschini.

Andrea Orlando, numero 2 al Nazareno, parla di ricostruzione della maggioranza in una “cornice politica” e con questo si deve intendere non solo che non ci sarà alcun “partito di Conte” (che peraltro ha smentito), ma anche che l’appoggio dei “costruttori” o “responsabili” avverrà con un criterio di omogeneità politica sia italiano che europeo e non potrebbe essere diversamente. Quando ci saranno le elezioni il premier potrebbe decidere di presentarsi – visto l’alta popolarità che gode tra gli italiani – con un proprio partito, ma è una cosa chiaramente ben diversa dalla notizia su un “partito di Conte”.

Intanto al Senato c’è un nuovo gruppo parlamentare, Maie-Italia23 al posto del gruppo Italiani all’Estero, come spiega Ricardo Merlo Presidente di Maie sottosegretario agli Esteri. Un gruppo con la funzione di contenere i senatori che si sentono di condividere un progetto politico e non solo di garantire numericamente la maggioranza al Senato. Poi c’è il gruppo di Riccardo Nencini, presidente nazionale del consiglio del Partito socialista italiano, che aveva permesso al Senato a Renzi di avere un proprio gruppo denominato “Psi-Italia Viva”. Infatti nella Camera Alta – contrariamente che alla Camera – vige il nuovo regolamento che impedisce la costruzione di gruppi di partito che non si siano presentati alle elezioni.

Nencini si è smarcato da Renzi e ha aperto alla possibilità di cambiare nome per supportare Conte. A questo punto, tra gli effetti collaterali, ci sarebbe anche quello dei renziani – al Senato sono 18 – che sarebbero costretti a traslocare nel gruppo Misto. Il terzo affluente che alimenterebbe la nuova maggioranza parlamentare al Senato sarebbe poi quella di chi dentro Italia Viva non è d’accordo con il suo leader e sia per interesse che per convinzione sarebbe disposto a lasciare e a sostenere Conte. Perché c’è da dire che Matteo Renzi è un uomo politicamente finito visto che il suo partito veniva dato prima della crisi al 2% ed ora è in caduta libera perché a nessuno sfugge che una crisi adesso con il piano vaccini in una fase delicatissima significa agire solo per fame di potere personale.

Renzi, come già prima Matteo Salvini, pare aver sbagliato tutti i conti quando diceva che i voti in Senato “non ce li hanno”. Ma mentre il leghista ha dietro – sondaggi alla mano – il primo partito in Italia, l’ex premier non ha nulla. Nel contempo Elena Bonetti, Teresa Bellanova e Davide Faraone di Iv fanno sapere – provocando le ire di Clemente Mastella – che se Conte accetta di “sciogliere alcuni nodi noi ci siamo”, un ultimo tentativo privo di dignità che svela tutto il bluff che Renzi aveva tentato, non avendo in mano alcuna carta giocabile. Altri voti – ne servono 161 – potrebbero venire da ex 5S, mastelliani e Udc. Alla Camera la maggioranza è più solida.