Un Paese senza rete. Il flop dell’Agenzia per l’Italia digitale: si appoggia ancora sulla “rottamata” DigitPa e non ha un suo sito web. Su cento italiani 97 navigano “a remi”

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di Stefano Sansonetti

Su internet c’è ancora l’indirizzo del Cnipa. Si tratta del Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione, che però è stato cassato nel lontano 2009. Che è rimasto a fare on line in questi anni? Semplice, per reindirizzare chi naviga verso la pagina web di DigitPa, ente nato qualche anno fa proprio sulle ceneri del Cnipa. L’iniziativa venne presa dall’allora ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta. Peccato che l’anno scorso anche DigiPa sia stato cancellato, per far posto all’Agenzia per l’Italia digitale, lanciata con grandi annunci dall’ex presidente del consiglio Mario Monti e dall’ex ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera, per portare il Belpaese nella nuova era digitale. Si dà però il caso che a un anno di distanza dalla sua nascita l’Agenzia non abbia ancora un sito internet tutto suo. Eh sì, perché se si cerca on line l’indirizzo della struttura, si finisce ancora su DigitPa. Che in teoria non c’è più.
Ecco, basterebbe questo a spiegare a che punto sono i programmi per diffondere la digitalizzazione all’interno dei nostri uffici pubblici. E colmare in questo modo quel digital divide amministrativo che si aggiunge a quello più generale del paese (vedi l’articolo in basso).

Un anno di fallimenti

Fosse soltanto il sito, saremmo a cavallo. Il problema dell’Agenzia è che non ha ancora nemmeno uno statuto. O meglio, il documento era arrivato, qualche tempo fa, ma non andava bene in nessuna parte. “E’ stato depositato per errore”, ha addirittura detto qualche giorno fa in parlamento il nuovo ministro per lo sviluppo economico, Flavio Zanonato. Il problema, in realtà, è di chi comanda sulla struttura. Il punto è che il governo Monti aveva pensato di distribuirne la governace tra lo stesso dicastero dello sviluppo, quello dell’istruzione e quello della pubblica amministrazione. La conclusione? Troppi galli nel pollaio e la necessità di innestare una precipitosa retromarcia. Il primo statuto è diventato così carta straccia e ora si è in attesa del nuovo. Zanonato, rispondendo ad alcune interrogazioni in parlamento, ha fatto capire che l’opzione migliore è quella di riferire l’Agenzia alle competenze di un solo ministero. Nel frattempo, però, è passato un anno e molto poco è stato fatto. Il direttore generale della struttura, individuato l’anno scorso, è Agostino Ragosa, ex responsabile Ict di Poste italiane ed ex top manager di Telecom Italia, che a quanto si apprende in questa fase riesce a fare poco o niente. La questione è sicuramente all’attenzione del premier, Enrico Letta

Una montagna di appalti

Eppure in gioco, come ha ricordato La Notizia (vedi il numero del 15 maggio scorso), ci sarebbe un pacchetto di appalti da 3,5 miliardi di euro per il cosidetto Spc, ovvero il Sistema pubblico di connettività, in pratica la rete che collega tutte le pubbliche amministrazioni italiane consentendo loro di condividere e scambiare dati. Ora, l’annuncio di questo pacchetto di appalti risale a metà dicembre del 2012. Ed è solo di ieri la notizia che è stata attivata la procedura della prima gara, quella che riguarda servizi come il trasporto dati in protocollo Ip, sicurezza, comunicazione, calcolo e memorizzazione in ambito cloud. L’annuncio è arrivato dalla Consip, la centrale acquisti del ministero del Tesoro che agisce in coordinamento proprio con l’Agenzia di Ragosa. Peccato che ci siano voluti 5 mesi dalla presentazione per far partire una prima parte del complesso meccanismo.
Che si siano accumulati forti ritardi è anche confermato dal fatto che nei giorni scorsi sempre Consip e Agenzia Digitale, nel fissare la road map delle prossime gare, hanno spiegato che i precedenti contratti saranno prorogati, per un massimo di 24 mesi, fino all’assegnazione delle commesse in via di preparazione. -E chi sono i titolari dei contratti in corso? Facile, tutti i più grossi big delle telecomunicazioni e dell’informatica: Fastweb, Hewlett Packard, British Telecom, Wind e Telecom Italia. Gli stessi che, c’è da guirarci, si ripresenteranno ai blocchi di partenza per mettere le mani sui ricchi appalti da 3,5 miliardi di euro. Ritardi permettendo.

Su cento italiani 97 navigano “a remi”. L’alta velocità resta un privilegio per pochi

di Francesco Nardi

Dibattiti, pubblicazioni simposi e disegni di legge. Alla rete si dedica attenzione maniacale ad per ogni sussulto, eccetto che per un aspetto fondamentale: la possibilità reale dei cittadini ad accedervi.
Troppo rapidamente, infatti, si discute di quanto siano rappresentativi gli umori del cosiddetto (con espressione odiosa) Popolo del web. Prima di porsi questa domanda si dovrebbe infatti valutare il drammatico stato di arretratezza nel nostro Paese a proposito della diffusione di Internet.
Nel Bel Paese, come del resto in tutta Europa, si è registrato un aumento significativo delle connessioni attraverso  banda larga, con una crescita significativa di semestre in semestre. Ma questo purtroppo non basta a  stare allegri, perché  restiamo in ogni caso, in termine di diffusione percentuale, al penultimo posto in Europa, seguiti solo dalla Turchia.
I parametri che spiegano quanto sia grave il problema sono sostanzialmente due. Innanzitutto rileva il drammatico ritardo nell’affrontare il problema del cosiddetto digital divide, ovvero il divario digitale che di fatto rende accessibile la rete in alcune zone del Paese a dispetto di altre che ne restano escluse.

Connessioni troppo lente
Ma non è solo questo l’aspetto che ci penzolare in fondo alle classifiche continentali. Rileva in modo particolare anche la velocità media di connessione resa disponibile agli utenti. Ebbene anche su questo fronte siamo messi maluccio: negli ultimi mesi “l’high broadband” ha continuato a crescere , il che è positivo, ma in un contesto di riferiemtno drammatico. Basti pensare che soltanto il 2,8% degli italiani utilizza oggi connessioni al di sopra dei 10 Mbps; e si tenga conto che quella presa come riferimento non è una velocità stellare, ma piuttosto quella mediamente promessa dai principali operatori che forniscono le utenze domestiche.

Le infrastrutture
Sul fronte del digital divide sta intervenendo proprio in questi mesi, dopo lunga attesa, il ministero dello Sviluppo con l’attuazione del Piano Nazionale per la Banda Larga, nel contesto del quale sono già attivi una serie di bandi per – si legge –  il divario digitale nei territori non serviti, con particolare riferimento alla rete di accesso. Le domande per l’accesso ai bandi scadranno a luglio, il che significa che i 240mila cittadini 240 mila cittadini sprovvisti dal servizio, nelle regioni Lazio, Liguria e Marche, potranno finalmente accedere nella rete in non meno di un anno e a velocità che non saranno certamente competitive rispetto alle medie europee. Un dato che pone quindi moltissimi cittadini in condizione di quasi totale esclusione dalla rete.
In Italia il divario digitale non riguarda una sparuta minoranza, ma consiste nell’esclusione di milioni di cittadini dal collegamento veloce ad Internet garantito dalla tecnologia a banda larga.
Si tratta di un servizio che è ormai di evidente necessità per un numero enorme di attività. Ed è la definizione stessa di banda larga, che teoricamente è tale oltra la soglia di 1,3 megabit al secondo, che non riesce più a soddisfare gran parte delle esigenze delle utenze, che nel tempo sono mutate, divenendo sempre più dipendenti dalla rete. La banda larga, tuttavia non è contemplata né dalla legislazione italiana né da quella europea come obbligo di servizio universale. L’Articolo 3 della Costituzione italiana sembrerebbe però sottoindenderlo, e similmente qualcuno, come il giurista Stefano Rodotà, ha proposto di aggiornare l’articolo 21 in questo senso: «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale».

Un freno allo sviluppo industriale
Ma in attesa che possa essere formalmente sancito un diritto del genere (il che è comunque molto improbabile date le difficoltà con le quali si riesce a modificare la Costituzione Repubblicana, e non solo a questo proposito) resta il dramma di una carenza infrastrutturale che pone un significativo freno allo sviluppo non solo culturale, ma anche e forse soprattutto industraile del Paese.
A gran parte delle imprese (che non sorgono chiaramente nei serviti centri cittadini) sono necessari  20, 30, o addirittura 100 megabit per le normali esigenze di funzionamento, ed è chiaro che la nostra rete non è in grado di servire in modo capillare questo tipo di utenze. Di fronte a questo stato di cose, dunque, occorre rivedere l’idea del digital divide, perché non rende più l’idea l’immagine di un Paese che muove caludicando su gambe diseguali. Piuttosto l’immagine è quello di una penosa immobilità.

@coconardi

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