Una Banca d’Italia nazionalizzata, i 5 Stelle propongono una riforma per far fuori i privati. E vietare le porte girevoli

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Una Banca d’Italia nazionalizzata. Sottratta alle banche private, tra cui Intesa Sanpaolo e Unicredit. E liquidate con una cifra irrisoria: il valore nominale delle quote del 1936, pari a 156mila euro, a cui si aggiungono i 900 milioni della rivalutazione del decreto Imu-Bankitalia del 2013. Ma l’operazione non dovrebbe prevedere esborsi pubblici, perché il bilancio diventerà “più solido grazie al ristorno della rivalutazione delle quote a 7,5 miliardi di euro”. Almeno secondo le intenzioni. La proposta del Movimento 5 Stelle sulla riforma della Banca d’Italia, firmata dal deputato Alessio Villarosa, è una nuova sfida, anche molto ambiziosa, al Governo Renzi. Nella consapevolezza della netta contrarietà del Partito democratico alla statalizzazione di Palazzo Koch, i parlamentari pentastellati hanno alzato il tiro. Mettendo nel mirino i principali istituti di credito. L’iniziativa è pure un tentativo di gettare l’amo alle ali più radicali del Parlamento, a sinistra come a destra. Rimettendo al centro del dibattito la questione delle banche, che crea qualche grattacapo a Boschi&Co. “Sappiamo che questa nostra iniziativa non piacerà a Renzi, perché lui preferisce favorire le lobby che lo sostengono. E la Boschi da che parte sta? Lei che di banche ci capisce, anche in famiglia, veda la nostra proposta di legge”, ha attaccato Alessandro Di Battista, uno dei leader del direttorio pentastellato.

Anomalia italiana
La legge del M5S ha preso spunto da uno studio del 2008 della Banca centrale svedese, intitolato Governing the governors: A clinical study of Central Banks”. “Secondo la ricerca l’azionariato prevalentemente privato di Bankitalia rappresenta un’anomalia nel panorama internazionale”, ha affermato Villarosa. Per questo motivo “bisogna riportare l’organismo di Via Nazionale totalmente in capo allo Stato”. Sulla carta l’obiettivo dei 5 Stelle è duplice: dare sostegno il welfare attivo e il tessuto imprenditoriale italiano. “Una quota degli utili netti destinati a riserve, soldi che oggi vanno alle banche private, fino a un massimo di 960 milioni di euro, viene destinata al Fondo per il Reddito di cittadinanza”, si legge nella presentazione della proposta. E un altro 5% degli utili dovrebbe finire nel Fondo centrale di garanzia per le Piccole e medie imprese.

Conflitto di interessi
Ma non solo. La proposta vuole intervenire anche sui possibili conflitti di interessi e le cosiddette porte girevoli. “Vogliamo sottrarre l’elezione del governatore al potere del Governo e dei soci privati, che oggi hanno il parere obbligatorio, per scongiurare indebite pressione”, ha sottolineato Villarosa. Quindi il progetto dei 5 Stelle prevede la nomina del governatore come quella del presidente della Repubblica: con il Parlamento in seduta comune e la maggioranza dei due terzi nei primi due scrutini (la maggioranza diventa dei tre quinti dal terzo scrutinio). Mentre il Consiglio superiore di Banca d’Italia resta di 13 membri: 12 eletti dalla Commissione parlamentare vigilanza su Bankitalia, appositamente istituita, e uno dalla conferenza Stato-Regioni. E il M5S vuole limitare anche i grandi banchieri. “Siamo abituati a vedere governatori che poi diventano dirigenti o consulenti di banche private. Penso a Mario Draghi e a Mario Monti”, ha incalzato Villarosa. Perciò nel testo è introdotto lo stop agli incarichi nel settore del credito per un periodo di sei anni.