Professore Marco Revelli, storico e politologo, come va letta questa vittoria del No nel referendum sulla riforma della giustizia? Si può parlare della prima vera battuta d’arresto politica per il governo Meloni?
“Sì, si può parlare sicuramente di un clamoroso schiaffo che il governo Meloni ha preso dagli italiani, quegli stessi italiani che ha così spesso evocato e che, in questa occasione, si sono pronunciati in modo molto netto contro questa riforma fortemente voluta dalle destre. È sicuramente una battuta d’arresto che – come mi auguro e credo sia naturale -segna anche il deragliamento di altre ipotesi di riforma ancor più pericolose, come il premierato. Spero davvero che questa venga sepolta. In ogni caso, credo che questo voto ci indichi che, qualora il premierato venisse proposto, verrebbe bocciato ancor più sonoramente, poiché in quel caso il meccanismo autoritario è ancora più scoperto e semplice da comprendere. Direi che il voto dice anche un’altra cosa, al di là del governo Meloni: dimostra quanto gli italiani siano disposti a impegnarsi per difendere la propria Costituzione”.
Esatto. Mi pare il messaggio principale.
“Sì, la sostanza di questo voto riguarda una Costituzione a rischio. Una Carta scritta dalle migliori risorse culturali e politiche che il nostro Paese abbia mai avuto, ovvero i Costituenti. Non era tollerabile che venisse manomessa da questi analfabeti funzionali che pretendevano di mettervi mano”.
L’affluenza è stata molto alta. Qual è il dato politico e istituzionale più rilevante che emerge da questa partecipazione? Soprattutto considerando che il No è stato trainato dal voto giovanile.
“Questo è l’altro elemento di speranza che emerge. Questa forte impennata della partecipazione ci dice, da una parte, che sono tornati in campo settori dell’elettorato che si erano astenuti. Di fronte a un pericolo esistenziale di manomissione della Carta fondamentale, anche chi si era astenuto nelle ultime tornate elettorali è tornato a votare. Inoltre, è entrata in campo la generazione delle grandi manifestazioni dell’autunno scorso, quella che si è ribellata al genocidio a Gaza e alla guerra. Credo che questo protagonismo nuovo dei diciottenni e ventenni sia un dato fondamentale di grande interesse. Tuttavia, i partiti del centrosinistra devono prestare attenzione: non è un voto loro. Non pensino di poterselo accreditare, perché è un voto espresso su valori molto alti e non rappresenta un atto di fiducia nei confronti dell’attuale classe politica, inclusa l’opposizione. Non è scontato che, alle elezioni politiche, quello stesso elettorato tornerebbe a votare”.
Perché?
“È un elettorato che va conquistato. Sicuramente i giovani non voterebbero un Pd che, sulla questione degli armamenti, della guerra e delle alleanze internazionali, tradisce le loro aspettative. La politica estera è uno spartiacque molto importante. Sia chi non votava ed è tornato alle urne, sia i giovani, sono pezzi di elettorato che non sono a disposizione, ma devono essere conquistati”.
Colpisce il comportamento elettorale dei partiti: c’è una fetta importante di Forza Italia che ha votato No.
“Sebbene Forza Italia rappresenti meno della metà del Pd, lo spicchio del suo elettorato che ha votato No è proporzionalmente più ampio di quello del Pd che ha votato Sì. Anche in valori assoluti, sono di più gli elettori di Forza Italia che hanno tradito il proprio partito sul terreno referendario rispetto a quelli della cosiddetta sinistra del Sì, che si è rivelata patetica. C’è da chiedersi cosa ci facciano ancora in quel partito certi personaggi”.
Secondo lei quali sono stati gli errori maggiori delle destre in questa campagna referendaria?
“L’errore principale del fronte del Sì è stato rivelare il proprio vero disegno: mettere i privilegiati – a cominciare dalla casta politica e dai colletti bianchi – al riparo dalla giustizia. Questo traspariva dalle loro stesse dichiarazioni. Il ministro Nordio se l’è lasciato scappare più volte, chiedendo all’opposizione perché non fosse interessata a una riforma che li avrebbe protetti una volta al governo. Si tratta di una riforma che metteva al riparo dal controllo di legalità e dalle inchieste, controllando direttamente i giudici o minacciandoli con il controllo delle carriere. Anche Bartolozzi è stata talmente esplicita che il messaggio è stato percepito chiaramente dall’elettorato, provocando indignazione anche a destra. Questo è stato l’errore più clamoroso: svelare le proprie carte e l’obiettivo della riforma. Il secondo errore è stata la menzogna sistematica e riconoscibile, come sostenere che con la riforma casi come quello di Garlasco o della famiglia del bosco sarebbero andati diversamente. Al di là di queste volgarità della presidente del Consiglio, è stato menzognero sostenere che con questa riforma la giustizia avrebbe funzionato meglio per il cittadino comune. In realtà, i problemi come i tempi lunghi dei processi e dei contenziosi si sarebbero aggravati”.
Comunque, lei dice che quei 15 milioni di No non possono essere rivendicati totalmente dal centrosinistra. Eppure Conte e Schlein sembrano “ringalluzziti” e parlano di primarie. Lei come la vede?
“Hanno ragione a essere contenti perché hanno vinto una scommessa e buona parte del risultato è merito loro. Si sono spesi molto e hanno mobilitato i loro apparati. Non bisogna togliere i meriti a chi li ha, ma sarebbe un errore clamoroso avere un atteggiamento proprietario verso questo elettorato, pensando che appartenga senza condizioni ai rispettivi partiti. Gran parte di questo voto non è un voto di partito, ed è la fortuna di questo Paese. Sono i giovani dei movimenti autunnali, quelli scesi in piazza per la Palestina, che vogliono far sentire la propria voce per un mondo pacifico. Sono elettori stanchi della ‘politica politicante’ che, di fronte alla ferita inferta alla Costituzione, hanno deciso di impegnarsi”.