Una manovra senza coraggio. Per il renziano Nardella è tutta da rifare

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di Vittorio Pezzuto

Che fine farebbe un senatore del Pd che decidesse di votare contro la decadenza di Silvio Berlusconi? «Un partito si dà delle regole, tra queste anche l’adesione a valori e comportamenti. Non possiamo buttar fuori nessun parlamentare ma si possono sempre predisporre provvedimenti nei confronti di chi non segue la linea» risponde Dario Nardella, deputato tra i più vicini a Matteo Renzi. «Il voto palese è preferibile in questo clima di grande diffidenza dell’opinione pubblica, che ci chiede un surplus di trasparenza e coerenza. Non siamo peraltro di fronte all’applicazione di una norma penale: la legge Severino non commina sanzioni o privazione della libertà ma disciplina lo status di un cittadino sotto il profilo della candidabilità. Pertanto il voto segreto non vale perché non attiene alla libertà di una persona».
Nessuno strappo del Pd nemmeno sulla nomina della Bindi all’Antimafia?
«Per ora i gruppi e il partito sono guidati da un gruppo dirigente di cui non facciamo parte. Lo ammetto, quella partita avremmo però potuto gestirla diversamente».
Dica la verità, questa legge di Stabilità ormai la difendono solo i ministri.
«In effetti…. Vede, le larghe intese presuppongono grandi numeri e dovrebbero servire a realizzare grandi cose. Questa legge non riflette certo quest’ambizione. Andrebbe forse bene in un Paese con un’economia in salute, non per un’Italia stremata da una crisi che dovrebbe essere l’occasione per riforme profonde. E invece è mancato completamente il coraggio di sostituire il cacciavite e il bisturi con una bella ruspa. Il Parlamento dovrà migliorare questa manovra su molti aspetti. Il silenzio e il sostegno passivo al testo presentato rischiano di essere molto peggio di una dialettica a viso aperto e responsabile».
Molti detestano Renzi ma lo votano perché è l’unico in grado di battere la destra. Il Pd non rischia di ammalarsi di ‘vincerismo’?
«Stiamo semmai guarendo dallo ‘sconfittismo’ di una sinistra rinchiusa in se stessa, a tratti snob e moralista, che identifica una leadership forte con il berlusconismo. Matteo rappresenta l’occasione di uno scarto culturale per chi è sempre stato ossessionato dalla paura di vincere. Quasi che fosse più rassicurante stare nel sistema come minoranza, annacquando le proprie responsabilità nella retorica della coalizione, piuttosto che assumersi la responsabilità di guidare il Paese. In una democrazia moderna e bipolare il Pd deve essere ripensato e strutturato per vincere e governare. Lo aveva capito per primo Walter Veltroni».
Il quale ebbe infatti il coraggio di non allearsi alle politiche con Rifondazione. Rispetto alle precedenti primarie, però, Renzi guarda adesso molto più a sinistra e non esclude un’alleanza con Vendola. Sembrano lontani i giorni in cui si faceva insultare dalla base del Pd perché si proponeva di intercettare anche i voti dei delusi del centrodestra.
«Nessun cambio di visione, tranquilli. Intendiamoci: la strategia resta la stessa ma la tattica è stata rimodulata in vista della sfida congressuale, che impone necessariamente una concentrazione sul campo della sinistra. D’altronde lo stesso New Labour di Tony Blair riusciva a tenere insieme tanto il ‘rosso’ Ken Livingstone quanto i liberal più contigui alle posizioni dei Tories. La sfida di un partito che punta a prendere un voto in più dell’avversario sta proprio nella sua capacità espansiva orizzontale».
La cronaca di questi giorni racconta di lotte di potere nei circoli condotte a colpi di iscritti farlocchi. Voi renziani della prima ora non provate fastidio di fronte allo spettacolo di chi fa ressa per salire sul vostro carro?
«Questa guerra delle tessere fa male al partito e dimostra che il meccanismo congressuale, nonostante le modifiche e gli accorgimenti apportati, continua a non funzionare. Occorrerà cambiare radicalmente la stessa natura del nostro stare insieme. Starà proprio a Renzi dimostrare la capacità di coinvolgere anche chi da poco si è avvicinato alle sue idee, distinguendo però nettamente l’adesione politica a un progetto da tentativi opportunistici. Quanto a noi “renziani” di prima generazione, non possiamo certo ridurci al ruolo di puristi o di esegeti del pensiero di Matteo. Finiremmo per diventare una corrente e non un gruppo dirigente che vuole vincere la sfida di saper contenere in maniera trasparente stimoli, anime e posizioni tra loro differenti».