Una Repubblica fondata sull’incertezza

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di Gaetano Pedullà

Fermi tutti, torna in campo Berlusconi. Nel Paese che fu culla del diritto nulla ormai è più certo dell’incertezza. Chiedetelo a tanti imprenditori che tra ricorsi, sospensioni del Tar, rinvii al Consiglio di Stato e chi più ne ha più ne metta, possono aspettare una vita prima di aprire un cantiere. Oppure, se volete, chiedetelo a Roberto Cota, il governatore del Piemonte eletto nel 2010 e da ieri in serio pericolo di perdere la poltrona perché i giudici amministrativi a quasi quattro anni di distanza hanno annullato le elezioni. Cota dunque decade? Non è detto, perché anche il presidente farà il suo ricorso e così ricomincia l’attesa, aspettando un nuovo verdetto – quello dei giudici – che di fatto così vale più di quello dei cittadini. Da sempre questo giornale racconta quanto ci costano l’Italia del No e l’Italia del Forse. In economia questo vuol dire un Paese dove ogni infrastruttura può essere bloccata per il veto di un giudice, di un comitato estemporaneo o di qualche ambientalista. L’incertezza di queste opere significa investimenti congelati, posti di lavoro che si perdono e commesse che aumentano di prezzo, mentre la modernizzazione del Paese resta al palo. In politica questa stessa incertezza significa invece riforme impossibili e un cambiamento che può perennemente attendere. Tempo sprecato che però presenta il conto. Il ministro del Tesoro può anche rilasciare interviste in cui dice che tutto va meglio, ma in realtà l’Italia è in ginocchio. Anni di politica senza respiro, di accordi consociativi, di interessi più o meno forti che facevano gli affari loro ci hanno lasciato indietro rispetto al mondo. Non siamo competitivi e uscire dalla crisi sarà impossibile senza azioni fortissime e coraggiose. Decisioni che può assumere solo un Governo politico con una maggioranza vera (non certo quello che abbiamo oggi). Basta dunque aspettare. L’Italia è ferma che aspetta da decenni. Si faccia la legge elettorale e si vada a votare. Altra strada non c’è.