Una riforma fatta con il diavolo

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di Gaetano Pedullà

Quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima. E di carezze ieri Matteo Renzi ne ha avute a iosa, soprattutto da quei diavoli di sindacati che per mesi sono stati bersaglio fisso del rottamatore. Cgil e Cisl, strenui difensori delle leggi sul lavoro più astruse del pianeta, hanno fatto a gara nell’elogiare il Job Act del segretario Pd. Com’è possibile? Il grande riformatore, colui che doveva spazzare via le incrostazioni del passato e aprire una stagione nuova ha redento gli inferi? Oppure, più semplicemente, ha riscaldato un po’ di vecchie minestre e ci sta dando a bere il solito pappone, strizzando l’occhio anche ai più irremovibili sacerdoti della conservazione? Per quanto si sa al momento, la proposta del sindaco è un collage di misure note e arcinote. Con una risposta buona un po’ per tutti. Si va dall’assegno dato a ogni lavoratore rimasto a spasso (ricalcando il reddito di cittadinanza cavallo di battaglia dei Cinque Stelle) ai corsi di riqualificazione obbligatori (la solita cuccagna per i sindacati), la riduzione delle varie forme di rapporto di lavoro e il contratto di inserimento (toh, accontentata pure la Fornero!), meno Irap per le imprese e abolizione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio (così pure Confindustria è contenta). Un capolavoro da far invidia a Fanfani e Andreotti, signori che tra un po’ dovranno stringersi per far entrare anche Renzi nel Pantheon della Democrazia Cristiana. Ora, poiché in materia di lavoro l’Italia va avanti così da anni, accontentando sempre tutti – partiti, sindacati, parti sociali – e il risultato è che stiamo al record storico della disoccupazione, forse sarebbe ora di chiedersi cosa c’è che non va. E a non andare è che sul lavoro non sono mai state fatte riforme profonde, coraggiose e capaci di dire no alle varie sagrestie del potere. Riforme che introducano più flessibilità vera, meno diritti e giudici che permettono ai fannulloni di tenere sempre il coltello in mano. Se il Job Act è tutto qui, siamo di fronte all’ennesima occasione sprecata.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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