Una società di lupi solitari. La fine della sicurezza e della libertà secondo Bauman. Così la crisi ha avviato la regressione dell’Occidente

di Carmine Castoro
Cultura

Un giornalista che scrive articoli o vende contenuti senza ricevere in cambio nessuna gratificazione economica, promessa di assunzione, prospettiva di carriera: un classico del sistema editoriale, esportabilissimo in tanti altri settori produttivi dove vige l’eccitante e asfittica filosofia manageriale che, in nome di un profitto unilaterale, blandisce il prestigio dell’auto-affermazione, la sicurezza dell’appartenenza, la libertà del “collaborare”, ma che al contempo rende tutto questo illusorio e rapinoso, poiché la reciprocità da parte del datore di lavoro non c’è mai, l’etica condivisa men che meno, a dir poco inesistente la protezione dal rischio del fallimento e del non essere all’altezza di prestazioni sempre più efficientiste, inglobanti ed economicamente invalidanti.

Uno degli esempi più diretti e inequivocabili portati dal grande filosofo polacco Zygmunt Bauman in questo suo Retrotopia (Laterza, pagg. 180, euro 10), che ampiamente configura, con la solita saggezza concettuale e sapidità filologica dell’autore, l’esistenza oggi di comunità “aperte” ma fittizie, dove vecchie certezze istituzionali, garanzie occupazionali e ideali di giustizia ed equità sono stati completamente deturpati, se non trascurati e seppelliti, a vantaggio di un individualismo feroce e angosciante che carica di oneri, obblighi, responsabilità e sfiducie ai limiti della paranoia il singolo, sempre più circuìto dalla macchinazione monetaria generale e sempre più scuoiato da un senso di iperattiva solitudine. La “politica della vita” perde allora legami e vincoli, il futuro spaventa, il presente è un gorgo cinetico di chance da afferrare, pena l’esclusione o la non sopravvivenza, assistiamo ad una “privatizzazione della speranza” fuoriuscita da ogni cornice comunitaria, e dunque solo il passato, paradossalmente, risulta rifugio e zona franca dalle cacofonie di una sempre scheggiata e mai pienamente realizzata unione di singolarità e socialità, potere e governo, possibilità e azione.

L’utopia non si lancia in mondi avveniristici, senza classi e di felicità condivisa e dispiegata, ma in un “retro” che sa di chiusura dell’io rispetto a tutti gli altri io-competitor in una sfibrante gara di non-cancellazione, o di interi gruppi rispetto alla presunta estraneità o inaggregabilità di altri gruppi, Stati, etnie, cerchie affettive. Insomma, la storica cancellazione di dogmi e imperi ha portato solo disgregazione e atomismo, e allora il “noi” nega gli “altri”, dietro l’angolo brulicano nazionalismi e populismi, si riaffaccia Hobbes con la sua società di lupi e tagliole, e la peculiarità di ogni esistenza è solo quella di resistere sotto la frusta dei pastori o in un micro-superomismo odioso e suicida.