Una sonora lezione. Ma Di Maio non molla. Il leader M5S riparte da famiglie, flat tax e salario minimo. E accelera sulla riorganizzazione del Movimento

di Raffaella Malito
Politica

E’ presso il “suo” ministero dello Sviluppo economico che il capo politico del M5S rompe il silenzio su una batosta elettorale di cui è considerato il primo responsabile. La scelta della sede vuole dare un segnale perché ora – commenta Luigi Di Maio – è il momento dell’”umiltà e del lavoro”. Dopo la conferenza stampa, spiega ai cronisti, parteciperà al tavolo su Mercatone Uno che vede in ballo 1.800 posti di lavoro. “Ringrazio i quattro milioni e mezzo di italiani che hanno votato il M5S e anche chi non ci ha votato perché da loro prendiamo una bella lezione e non molliamo”.

DI NUOVO AL LAVORO. Le elezioni europee, dice diretto, “sono andate male”. Ma come forza politica “il M5s sta correndo una maratona, non i cento metri”. Si interroga sul perché “la nostra gente non sia andata a votare”. Tanti provvedimenti sono stati fatti – vedi il reddito di cittadinanza – eppure non è bastato: “C’è tanto da fare ancora, tante risposte da dare a queste persone, il programma non è stato tutto realizzato”. E allora testa bassa e al lavoro: “C’è da fare il salario minimo orario, il provvedimento per le famiglie che fanno figli e un serio abbassamento delle tasse, del cuneo fiscale per imprese e lavoratori”.

Ecco perché Di Maio ha chiesto al premier “il prima possibile un vertice di governo”. La flat tax? “Il ministro dell’Economia ha detto che ci sono i soldi per farla: facciamola”. E sui capitoli più spinosi rilanciati dal vero trionfatore di queste elezioni, Matteo Salvini, il leader dei pentastellati dice: “La Tav è un dossier nelle mani di Conte. Il contratto prevede la ridiscussione integrale dell’opera”. E sulle Autonomie: “Il fatto è come si scrive il provvedimento. La mia preoccupazione è mantenere le promesse fatte agli italiani, e tra queste c’è la coesione nazionale”. Il vicepremier conferma che nei rapporti di forza con l’alleato “non cambia nulla, ho sempre trattato la Lega alla pari “.

Dichiara di non essersi pentito per aver preteso le dimissioni del sottosegretario leghista Siri indagato e dice: “Se ci sono delle richieste che vengono dal Carroccio, aspetto che si facciano di persona, basta parlarsi a mezzo stampa”. Umiltà nel riconoscere la sconfitta non significa piegarsi ai desiderata dell’alleato al punto da rinunciare alla propria identità: “Faremo sempre da argine – promette – a quello che non ci sta bene, a proposte che non stanno nel contratto, tutelandolo da idee che possono essere estreme o che finiscano per favorire privilegi o l’illegalità”.

RIVOLUZIONE 5 STELLE. Il nostro principale alleato, ribadisce, è il contratto di governo. Ma su tutto aleggia la questione della sua leadership. Di Maio, vicepremier che si è fatto carico di due ministeri pesanti come il Lavoro e lo Sviluppo economico, assicura: “Oggi ho sentito coloro che rappresentano le anime del M5S, Grillo, Casaleggio, Di Battista e Fico. Nessuno ha chiesto le mie dimissioni. Si vince e si perde assieme”. La riunione con i parlamentari di mercoledì prossimo sarà occasione per sondare gli umori.

Ieri al Mise c’è stato un antipasto con un vertice tra i big del Movimento: con i ministri Fraccaro e Bonafede anche Di Battista, Paragone, Buffagni, Bugani, Spadafora, Taverna, Casalino. “Ci sarà una riorganizzazione del M5S, un movimento più vicino ai territori, una riorganizzazione che tuteli la nostra identità”, ha assicurato Di Maio. Ma forse questo potrebbe non bastare.