Universitopoli, è resa dei conti. Il libro di quel super tributarista, appartenente a una delle due lobby, che mesi fa denunciava il cattedrificio

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di Stefano Sansonetti

Molti sapevano. Qualcuno, mesi prima che scoppiasse il bubbone “Universitopoli”, aveva anche preso posizione. Ne deriva l’impressione secondo la quale la procura di Firenze, che ora ipotizza  concorsi truccati e spartizioni di cattedre di diritto tributario, agisca su un canovaccio arcinoto agli addetti ai lavori. Alla luce degli ultimi sviluppi, per esempio, fanno riflettere alcune denunce contenute in un libro pubblicato lo scorso giugno da Raffaello Lupi. Ordinario di diritto tributario all’Università romana di Tor Vergata, Lupi non c’entra niente con l’inchiesta in corso. Ma conosce molto bene il sistema. E lo conosce perché, diciamoci la verità, è inserito in alcuni dei gangli organizzativi su cui indirettamente sta facendo luce la procura. Lupi, infatti, risulta socio dall’Aipdt (Associazione italiana dei professori di diritto tributario), in pratica l’organizzazione di cui fanno parte ben 28 accademici sui 44 complessivamente indagati dalla procura fiorentina.

IL PROFILO – In più, al pari di molti suoi colleghi, ha dimestichezza con il mondo dei Cda e dei collegi sindacali. Per anni è stato sindaco di Atlantia (famiglia Benetton), mentre tutt’ora risulta sindaco di Sat (Società autostrada tirrenica, sempre riconducibile ai Benetton) e di Caie (Consorzio autostrade italiane energia), di cui fanno parte diversi operatori stradali e autostradali come Autostrade per l’Italia, Anas e società del gruppo Gavio. Senza contare che è stato componente di commissioni di studio e consulente di Governi. Insomma Lupi, che come va ribadito è estraneo all’inchiesta, conosce il potere e gli equilibri all’interno del mondo dei tributaristi. Quegli stessi equilibri, per dire, che erano garantiti anche dall’altra associazione coinvolta, Ssdt, ovvero la Società tra studiosi di diritto tributario sviluppatasi sotto l’influenza di uno degli indagati eccellenti, l’ex ministro  delle finanze Augusto Fantozzi. Sta di fatto che a giugno 2017, quando l’inchiesta era già in corso, ma mesi prima che esplodesse il caso, Lupi ha pubblicato un volume dal titolo “Diritto amministrativo dei tributi”. A dispetto dell’espressione, che suggerisce contenuti prevalentemente tecnici, il testo a un certo punto si produce in un autentico affondo nei confronti dei sistemi di reclutamento dei professori di diritto tributario, parlando di “cattedrificio”.

L’ABBRIVIO – La premessa è che ormai l’approccio metodologico dei cosiddetti esperti di settore è troppo orientato a valorizzare il peso di norme e sentenze rispetto allo studio e all’interpretazione delle istituzioni, e quindi in ultima analisi della società. Uno scenario, scrive Lupi, che ha reso il diritto sempre più “tecnica” e sempre meno scienza sociale, facendolo di fatto diventare succube della politica. E’ in questo quadro di scarso ragionamento della categoria che “il reclutamento universitario ha virato verso criteri relazionali, trasformando l’accademia tributaria in un sostanziale cattedrificio”. In alcune note a margine, viene specificato che questa sorta di disorientamento “ha indebolito la resistenza a una gestione spartitoria del reclutamento universitario, che si è coperta con avalli reciproci, utilizzando la scientificità esteriore per accreditare amici o screditare nemici secondo formule stereotipe, senza controlli di sostanza”.

QUADRO DA BRIVIDO – Si giunge così, prosegue l’estratto, “a un potere accademico che produce morti mentali desiderosi di omologare a sé chi ancora ragiona”. E così il reclutamento universitario avviene “con parametri burocratici di cui la parte feudale e spartitoria dell’accademia si è prontamente appropriata”. Allora non può non fare impressione constatare che queste espressioni sembrano coincidere con alcuni passaggi dell’ordinanza con cui il gip di Firenze, tre mesi dopo, ha disposto gli arresti domiciliari per 7 ordinari di diritto tributario e l’interdizione dall’insegnamento per altri 22. Ciò dimostra che il materiale per riflettere su certe dinamiche è ben più corposo di quello che si pensi. Al di là degli effetti che l’inchiesta potrà avere, infatti, resta la circostanza che il criterio relazionale e la logica spartitoria nel reclutamento dei docenti sono schemi già conosciuti e già stigmatizzati, addirittura da chi frequenta le stesse associazioni di super tributaristi adesso messe alle strette dall’inchiesta.

L’EPILOGO – Tra l’altro, nell’esaminare altre cause di questo stato di cose, Lupi scrive che “più la comunità scientifica è numericamente piccola, più sono probabili le spartizioni relazionali e la trasformazione di posizioni accademiche pubbliche in un cattedrificio privato”. E “così come serve molta acqua per diluire una dose anche modesta di materiale inquinante, per contrastare queste manovre servono parecchi studiosi di nuova fede, ma proprio per questo riluttanti a farsi coinvolgere troppo in logoranti schermaglie di potere accademico”. In conclusione siamo di fronte “a una sorta di burocratizzazione dei saperi senza controlli esterni, in nome di un libertà di scienza che sembra essere una foglia di fico della parte peggiore del feudalesimo accademico e dei suoi criteri relazionali”. Una diagnosi del genere non può non allarmare, perché dimostra che gli stessi interpreti del sistema, anche quelli che provano a tenersi al riparo da un certo modus operandi, sanno perfettamente qual è l’andazzo. In molti si erano abituati. E forse il vero contributo dell’inchiesta di Firenze potrebbe consistere proprio nello spezzare questa catena dell’abitudine.