Variante indiana: cos’è, quando è arrivata in Veneto e perché potrebbe essere già diffusa in tutta Italia

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La variante indiana del coronavirus Sars-CoV-2 contiene in sé due mutazioni già note: E484Q e L452R, che per la prima volta compaiono insieme. E perché sta probabilmente contribuendo a causare la drammatica ondata che sta stravolgendo l’India. La prima mutazione potrebbe aumentarne la trasmissibilità (è comune alla variante «californiana» diffusa in Usa e più contagio- sa) e la seconda potrebbe conferirle il potere di parziale evasione immunitaria, di aggirare cioè l’effetto del vaccino.

Secondo i primi dati da Israele, il vaccino di Pfizer è parzialmente efficace contro  la B.1.617. Anche i primi test di neutralizzazione sul vaccino indiano Covaxin hanno mostrato una buona risposta. Al di fuori dell’India ha una diffusione limitata: qualche centinaio di casi in Europa (due in Italia) e alcune migliaia nel mondo.

Variante indiana: cos’è

“Da un lato – ha precisato Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università Statale di Milano, intervenendo ad Agorà su Rai 3 – bisognerà capire se e quanto è più contagiosa rispetto al virus originale, come sembra, e poi servirà chiarire se sfugge ai vaccini”. Sembra comunque, “da uno studio israeliano che il vaccino Pfizer protegga almeno in parte”. Anche per questo, la scelta di bloccare gli ingressi dall’India, ha detto, “è una scelta precauzionale. La condivido alla luce della situazione epidemiologica indiana, che vede in questa recrudescenza terribile di Covid-19 in un contesto caratterizzato anche da difficoltà organizzative”.

Quanto alla situazione epidemiologica italiana, ad oggi “è buona, sono oltre 5 settimane che i dati sono in riduzione, ma purtroppo ancora sono tanti i decessi e abbiamo ancora tante persone positive circa 500.000, molte delle quali magari stanno bene ma possono contagiare gli altri”. Per questo, ha concluso Pregliasco, “le riaperture erano auspicate ma io temo che un prezzo da pagare lo avremo e sarà un rialzo del numero dei casi, anche se non sarà immediato”.

La variante indiana del coronavirus e il Veneto

Intanto c’è allarme in Veneto per la scoperta a Bassano (Vicenza) dei primi due casi di pazienti positivi alla variante indiana del Coronavirus. Si tratta di un uomo e di sua figlia: appena rientrati in Italia dal Paese asiatico, a metà aprile, avevano segnalato spontaneamente all’Azienda socio-sanitaria 7 della Pedemontana il loro viaggio e si erano posti in isolamento domiciliare preventivo, come previsto dalle direttive sanitarie italiane. Il tampone, sequenziato dall’Istituto Zooprofilattico del Veneto, non ha lasciato dubbi sulla presenza della nuova variante.

Ora i due pazienti sono in quarantena a casa, insieme al resto del nucleo familiare, e presentano solo sintomi lievi. Al momento la situazione è sotto controllo. Potrebbero però non essere gli unici portatori di questa mutazione in Veneto. È in corso infatti la valutazione su altre due persone, residenti nel veneziano: per loro, spiegano fonti sanitarie, i primi accertamenti hanno mostrato la presenza di almeno una variante nel virus, che potrebbe essere quella indiana. Ma bisognerà sequenziarne tutto il genoma per arrivare ad una risposta certa. In questo caso la pista epidemiologica porterebbe a un contatto con il Bangladesh.

Crisanti e la variante trovata in Veneto e forse diffusa in tutta Italia

“Se la variante indiana di Sars-CoV-2 è stata trovata in Veneto, vuol dire che è già ampiamente diffusa anche altrove. Perché il nostro Paese ha una bassissima capacità di sorveglianza, non ha la sensibilità necessaria per intercettare tempestivamente” i mutanti. “Ed io sono mesi che dico che bisogna creare un sistema di sorveglianza adeguato in Italia. Che ancora non c’è”. Questo ha detto ieri l’immunologo Andrea Crisanti. Oggi il governatore del Veneto Luca Zaia ha annunciato i primi due casi di variante indiana – padre e figlia di ritorno dall’India – confermati sul territorio regionale, all’Ulss Pedemontana di Bassano. E altri due casi in valutazione in attesa di conferma.

“Il problema è che – chiarisce all’Adnkronos Salute il direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova – tutte queste nuove varianti rappresentano una minaccia. Sia alle riaperture, per le quali è già un problema la variante inglese, ma anche per il programma di vaccinazione. Vanno monitorate e noi ancora non abbiamo la capacità per farlo”.

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